lunedì 17 marzo 2014

Doctor Who: perché non ve lo potete perdere!

Lo so, lo so... chiedo umilmente perdono sin da ora, ma il blogghino sul Dottore me lo dovete concedere, mi dispiace. Oddio, non è che proprio mi dispiace, in realtà!


In poche parole vi riassumo di cosa si tratterebbe: è la serie tv fantascientifica più longeva della storia, e per la precisione il 23 novembre 2013 ha compiuto ben 50 anni (non continuativi, ma sempre 50 sono). Il protagonista è questo alieno, il Dottore del titolo, originario del pianeta Gallifrey: è un Signore del Tempo, questa la sua "razza", ed è molto simile a noi, se non per qualche piccolo dettaglio (ha infatti due cuori!). Il Dottore viaggia nel tempo e nello spazio grazie alla sua astronave, che ha la particolarità di essere più grande all'interno che all'esterno, e di potersi cammuffare per mimetizzarsi con l'esterno. Purtroppo, o per fortuna, è rimasta bloccata nella forma di una cabina telefonica della polizia, di quelle che si trovavano ovunque in Gran Bretagna fino agli anni 60. Si chiama T.A.R.D.I.S.: Time and Relative Dimensions in Space, e sì, è "femmina". Raramente viaggia solo, e si porta sempre dietro dei "compagni" o "companion": generalmente donne, giovani e carine quanto forti e intelligenti, ma anche uomini coraggiosi e simpatici. La particolarità del Dottore è la capacità di rigenerarsi, e può farlo 12 volte in un ciclo di vita: quando sta per morire può attivare una sorta di processio biologico per "rinascere" in un nuovo corpo e continuare ad esplorare l'universo.

Undici Dottorini salterini
Questo è il succo più ristretto che vi potevo dire. 
Doctor Who è una serie in cui virtualmente è possibile fare di tutto, da una scena nell'antica Roma ad una in una nave futuristica, passando per Versailles e la Londra dei giorni nostri. È praticamente rinnovabile all'infinito: quando l'attore principale ha finito il suo ciclo, basta prenderne un altro, e così i companion. È il prodotto dalle potenzialità esponenziali, costosissimo ma bello anche con pochi spiccioli, basato sul cambiamento continuo, se non per i fondamentali, e per questo soverchia il cliché per cui se cambi cast o cambi soggetto, la tua serie è morta. È un'idea geniale e un business da sogno (come direbbe Briatore).

Crozza-Briatore, forse nell'armadio della TARDIS
Ed ecco che qui mi direte: e la magagna? Beh, signore e signori, questa è la BBC. Ci faranno anche i soldi, ma sfruttano se non altro una serie di punta per fare cose belle. Doctor Who è associato a programmi educativi nelle scuole (era stato lanciato, ad esempio, un concorso di scrittura per le classi elementari), incoraggia la lettura, fa conoscere la storia (e gli inglesi sono bravi con queste cose, basti pensare a Horrible Histories).

Soldi! Soldi! Soldi! cantava la canzone.
Ma, arrivando al punto, cosa è in realtà, per il pubblico, il Dottore?
Il Dottore è un eroe che può fare di tutto. Può farti incontrare degli eroi del passato, può portarti nel futuro più impensabile, può persino farti tornare in tempo per tè... forse. Ti rende curioso, ti fa chiedere il perché delle cose, ti aiuta ad arricchirti mentalmente e personalmente. Sa farti capire quanto sei importante, anche se sei solo una goccia nell'oceano, una molecola nell'universo. Non si batte con la violenza, ma con l'intelligenza. Non ha superpoteri, ma ha due cuori, per amare un po' di più. 
Credo che, per me, sia qualcosa che mi aiuta a vivere meglio, anche se "è solo televisione". Mi fa sognare, mi fa credere in me stessa, mi da la capacità di fare tante cose che prima non avrei neanche considerato. Insomma, trovo che sia una cosa bellissima! E quindi vi consiglio di guardarlo, perché le cose belle aiutano le persone a creare cose belle per la generazione futura, e ne abbiamo bisogno (soprattutto dopo il ciofecone di Sorrentino!).

900 anni nel tempo e nello spazio e non ho mai incontrato nessuno che non fosse importante <3
Vi lascio alla descrizione più bella di un personaggio che si possa sentire, e che dovrebbe credo incuriosirvi e farvi riflettere sui nostri modelli ed eroi. Ecco una traduzione:

"È difficile parlare dell'importanza di un eroe immaginario. Gli eroi sono importanti, gli eroi ci dicono qualcosa su noi stessi. I libri di storia ci dicono chi eravamo e i documentari ci dicono chi siamo ora, ma gli eroi ci dicono chi vogliamo essere. E molti dei nostri eroi mi deprimono. Ma quando hanno creato questo eroe, in particolare, non gli hanno dato un'arma da fuoco. Gli hanno dato un cacciavite, per riparare le cose. Non gli hanno dato un carro armato o una macchina da guerra o un X wing, gli hanno dato una cabina con un telefono per chiamare aiuto. E non gli hanno dato un superpotere o orecchie a punta o un raggio di calore, gli hanno dato un cuore in più. Gli hanno dato due cuori, e questa è una cosa straordinaria. Non ci sarà mai un momento in cui non avremo bisogno di un eroe come il Dottore"
Trovate il video a questo link

domenica 16 marzo 2014

Morte a Pemberley: in verità vi dico che non fa così schifo!


Copertina italiana del romanzo, edito da Mondadori

 By SisterOfDemons
Dopo aver sentito peste e corna di Morte a Pemberley, complice anche la serie TV in tre parti targata BBC che invece è molto carina, mi sono armata di libro, pazienza e cattive intenzioni, pronta a stroncare questo "ennesimo oltraggio" alla memoria di Jane Austen, sempre sia lodata.
Quello che invece ho trovato è stato un romanzo scorrevole, certamente non brillante per originalità e lontano duemila anni luce dall'opera da cui prende spunto, ma comunque piacevole da leggere (ci ho messo un paio d'orette).
Non sto qui a raccontare la trama, basti sapere che Morte a Pemberley si prefigge di essere un sequel di Orgoglio e Pregiudizio, pertanto ritroviamo i medesimi protagonisti, con l'aggiunta di qualche personaggio originale che, devo ammettere, P. D. James è riuscita perfettamente a "incastrare" nella vicenda. La storia si svolge sei anni dopo il matrimonio di Elizabeth e Darcy, che ritroviamo con prole al seguito, immersi in una vita coniugale felice e paciosa, ma sempre con lo spettro di una qualche "questione irrisolta" tra i signori Darcy e i coniugi Wickham. Dopo un capitolo iniziale in cui si fa il punto sulla situazione matrimoniale delle sorelle Bennet, si passa subito all'azione, con un evento tragico che arriva a Pemberley a sconvolgere i piani dei padroni di casa, che poveracci, volevano solo dare un ballo.
Matthew Goode-Wickham, Darcy, Elizabeth e Jenna Coleman-Lydia
In tutta sincerità mi danno fastidio queste spiccate manifestazioni di epigonismo, determinate opere sono uniche e irripetibili e a primo impatto si potrebbe dedurre che solo un pazzo senza coscienza potrebbe avere il coraggio di cimentarsi in tale impresa, destinata già in partenza ad essere un fallimento. Orgoglio e Pregiudizio certamente vanta numerosissime trasposizioni apocrife, con varie gradazioni di demenzialità e bruttezza, ma un sequel diretto sembra quantomeno un gesto azzardato.
Sono state rilevate numerose pecche e altrettanti difetti, su tutti il fatto che i personaggi sarebbero snaturati del loro spirito originale, che per esempio Elizabeth e Darcy siano solo delle pallide copie dei loro corrispettivi austeniani e via discorrendo. In parte è certamente vero, ma se volessi addentrarmi in tale disquisizione occorrerebbero fiumi di inchiostro e almeno quindici ore di dibattito, pertanto non mi pare il caso. Quello che posso dire in difesa del romanzo è che certamente i personaggi sono differenti, credo che nessuno con un minimo di ragionevolezza si aspettasse di ritrovare la Austen nel libro della James, ma nemmeno per sogno. Personalmente sapevo benissimo a cosa andavo incontro leggendolo, ero veramente consapevole di avere tra le mani nulla più che un piacevole mezzo di divertimento.
Ho letto in giro che questo libro era un oltraggio, un insulto, una catastrofe, una piaga per l'umanità, un crimine contro la letteratura...insomma, avete capito. 
Niente di tutto ciò.
L'autrice stessa ci tiene a informare il lettore di non avere la pretesa di avvicinarsi nemmeno lontanamente alla Austen, scherzosamente le chiede anche scusa per aver inserito dettagli che la Jane avrebbe gradito sicuramente pochissimo.
Secondo la mia personalissima e di sicuro contestabile opinione, Morte a Pemberley è niente di più di uno sfizio che un'anziana e prolifica scrittrice come la James si è voluta togliere. Insomma, questo libro è un'enorme fanfiction, leggera e divertente, che fa la sua porca figura e assolve il suo onesto compito, intrattenendo il lettore annoiato. 
Eleanor Tomlinson-Georgiana e James Norton-Henry Alveston
Non sono proprio riuscita ad odiare questo libro, nonostante fossi partita veramente carica di cattiveria. Forse il succo della questione è che mi sono dedicata alla lettura con delle aspettative che rasentavano lo zero assoluto e con inciso in testa il fatto che NON stavo leggendo Jane Austen. La realtà è che è estremamente difficile deludere le aspettative quando di aspettative non se ne hanno, me ne rendo conto, quindi in questo modo ho potuto procedere in tutta tranquillità e godermi una vicenda simpatica e ho potuto apprezzare Georgiana Darcy e il suo spasimante Henry Alveston in tutta la loro estrema pucciosità. L'avvocatuccio in questione è una personcina che si fa amare, costruito a tavolino appositamente per rispondere alle esigenze di Miss Darcy e anche l'unico a cui viene dedicato un pizzico di impegno e che pertanto viene dotato di introspezione psicologica, seppur non del tutto entusiasmante.
Ma mi spingerò oltre, dicendo che non solo la James ha fatto bene il suo compitino togliendosi il suo sfizietto personale, ma che ha anche avuto l'enorme merito di limitare al minimo la molesta presenza di Lydia e di eliminare quasi del tutto Mrs Bennet, che viene nominata spesso, ma che non appare mai.
Poi è ovvio, i personaggi si mostrano in tutta la loro bidimensionalità, alcuni sono veramente l'inspidità fatta persona, come nel caso dei coniugi Bingley, che infatti molto saggiamente sono stati quasi del tutto eliminati dalla summenzionata serie BBC. Questa scarsa cura per il background si spiega chiaramente con il fatto che i protagonisti sono tutti conosciuti e che nessuno che non ha letto/visto Orgoglio e Pregiudizio si farebbe mai passare per l'anticamera del cervello l'idea di comprarsi Morte a Pemberley. In conclusione mi sento di dire che il mio pomeriggio l'ho felicemente occupato con una letturina per niente impegnativa o pretenziosa, se vogliamo anche stupidella, ma che non ha la minima presunzione di paragonarsi all'originale, essendo semplicemente un grazioso omaggio. Le tre puntate di Death comes to Pemberley della BBC sono di certo ben più strutturate e approfondite, essendo questo uno di quei rari casi in cui la trasposizione televisiva supera la sua fonte. Tutto ciò sicuramente anche grazie alla presenza di un cast di tutto rispetto, con la conferma che anche dai progetti tutto sommato poco entusiasmanti, se posti in mani capaci, può venir fuori qualcosa di buono.

Matthew Rhys-Darcy e Anna Maxwell Martin-Elizabeth


giovedì 13 marzo 2014

Da "Her" a Black mirror

Ho una cotta per Spike Jonze, sceneggiatore e regista di "Her".

Spike Jonze in tutto il suo splendore dolcioso (per l'angolo gossip segnalo che è stato sposato con Sofia Coppla)

Premessa necessaria per dire come mai ho deciso di parlare di un film che di inglese non ha nulla, ma che mi è piaciuto molto, quindi condividerò in questo spazio il mio pensiero e volendo accostarlo a una serie tv inglese (ma va?) che tratta lo stesso tema: la “deriva” tecnologia che rende sempre più stretto il rapporto uomo-macchina e che  in un futuro non lontano potrebbe portare a paradossi, a volte grotteschi. Ok, detta così sembra il solito film catastrofista alla Matrix: le macchine ci distruggeranno ecc ecc… Ma non è così.
Her è la storia di Theodore (Joaquin Phoenix), timido, dolce, impacciato e con evidenti problemi ad affrontare le relazioni con l’altro sesso che per lavoro fa quello che un tempo era definito “lo scrivano”. Lui scrive lettere per gli altri. Le detta a un computer scrivendo cose personalissime (e dolcissime) come se fossero state scritte effettivamente dal mittente che si è rivolto a lui per questo “servizio” che è fornito dal sito: beatifulhandwrittenletters.com. Un lavoro in cui è bravissimo in quanto le sue lettere sono delle vere e proprie poesie. Sa capire gli altri, entrare in contatto con loro ed esprimersi come loro si esprimerebbero. Però, e c’è ovviamente un però, mentre quando si tratta dei sentimenti degli altri, Theodore sembra a suo agio, per quanto riguarda la sua vita sentimentale è un vero e proprio disastro. E’ reduce da un divorzio doloroso e non del tutto superato e vive isolato dal mondo. Una vita alienata la sua, con un’unica amica Amy (Amy Adams irriconoscibile), anche lei con vari problemi relazionali, e immersa in un mondo asettico e futuristico dove il progresso tecnologico ha di molto facilitato la vita dell’uomo, ma l’ha anche reso più dipendente da essa e più isolato dagli altri. Quello che colpisce di questa Los Angeles del futuro (ambientata in parte nella vera Los Angeles e in parte a Shangai) è il fatto che ogni elemento futuristico è probabile e possibile, facile da immaginare per noi oggi. Ad esempio tutta l’attività lavorativa e ludica di Theodore avviene attraverso un piccolo palmare touch con il quale comunica tramite un auricolare, impartendo per lo più comandi vocali, niente di diverso da Siri della Apple per esempio.



Poster di Her (In Italia esce con il titolo "Lei")


La vita solitaria di Theodore ha una svolta quando decide di acquistare un nuovissimo sistema operativo, chiamato OS (il richiamo a iOS e alla Apple è continuo anche nell’ambiente pulito, lineare e asettico in cui si muovono i personaggi), che è un sistema che cresce ed evolve acquisendo nuove esperienze, proprio come fa un essere umano. E’ Theodore che imposta il “sesso” della voce e che imposta il suo “carattere” adeguandolo alle sue esigenze rispondendo ad alcune domande personali nel momento dell’installazione. Da questo punto in poi l’Os, che ha scelto di chiamarsi Samantha, vive di vita propria: impara, cresce, conosce persone ed altri Os, prende iniziative per conto di Theodore, compone musica per lui… insomma interagisce con lui e da lui e con lui impara a scoprire il mondo. Non ci manca molto perché Theodore se ne innamori. Lei è intelligente e divertente, un poì naïve e molto dolce. Tanto che a un certo punto lo spettatore, come Theodore, si dimentica che non è una persona in carne ed ossa ma è solo la voce di un sistema operativo. Certo, il fatto che la sua voce sia quella riconoscibilissima di Scarlett Johannsson aiuta a far dimenticare che è il computer che parla e non l’attrice stessa (in tal proposito guardatelo in lingua originale perché in italiano ha l’indecente doppiaggio di Micaela Ramazzotti). Termino qui l’analisi della trama, perché dire di più toglierebbe il gusto di guardare il film.

Citazioni fighe da Her
Ciò che mi preme sottolineare e che mi ha colpita è che la storia è narrata come una normale storia d’amore. Al di là di chi siano i protagonisti la dinamica “di coppia” si svolge esattamente allo stesso modo. Al di là delle filosofiche questioni “può una macchina provare sentimenti?” o “sarà un sentimento o si comporta così perché è stata programmata?” quello su cui viene posta l’attenzione è sempre l’uomo: le debolezze e le paure di Theodore, la sua incapacità di avere nuove relazioni dopo quella con la ex moglie, il cambiamento e la crescita di quest’ultima alla quale lui non è riuscito ad adattarsi. Lo stesso, in un certo senso, gli capiterà con Samantha e porterà a un finale amaro anche se non cupo.
Inoltre l’unico protagonista della storia, per noi è Theodore. E’ solo lui che vediamo sullo schermo –per ovvie ragioni- e Joaquin Phoenix regge benissimo un film interamente sulle sue spalle. Lui è presente in ogni scena e il suo viso, fin dalla lunghissima prima inquadratura in primo piano, è il mezzo attraverso cui noi viviamo la storia, anche empaticamente. Come succede con i clienti per i quali lui scrive le lettere, Theodore entra in contatto anche con noi e ci sentiamo fin da subito vicini a lui (specie se stiamo guardando il film al computer).
Il tutto è scritto con straordinaria delicatezza (il premio oscar alla miglior sceneggiatura originale è del tutto meritato) e accompagnato da una colonna sonora che incanta fatta di dolci ballate e malinconici pezzi al pianoforte.


Veniamo ora al collegamento con la buona cara tv inglese con la serie Black Mirror che è andato in onda su Channel 4 dal 2011 al 2013 e anche su Sky dall’ottobre 2012 e su rai 4 dal novembre 2013. 

Black mirror season 1 dvd cover.

La serie si compone di due stagioni di tre episodi ciascuna, ogni episodio ha trama e cast a se stante ma tutti seguono il fil rouge comune che è quello del black mirror che è lo schermo nero dei nostri pc, smartophone, tv e tablet che è uno specchio che riflette noi stessi e l’uso che facciamo della tecnologia.  In particolare ogni episodio estremizza, fino al limite del grottesco (limite che in certi casi viene anche superato nell’episodio  1x01 The National Anthem  che è davvero, davvero disturbante!), alcuni aspetti dell’evoluzione tecnologica e come questa possa farci cambiare come individui e come società. 
Un episodio che mi ha molto ricordato Her è l’02x01, Be right back, che racconta di come una giovane donna (Hayley Atwell) si affidi a un nuovissimo servizio tecnologico per far rivivere il marito morto (Domhnall Gleeson) attraverso un software che, leggendo tutto ciò che lui ha “lasciato” in rete (sui social o nelle mail), riproduce la sua voce e la sua personalità facendolo agire come se fosse un essere vivo e pensante (diversamente da Her qui c’è anche il servizio “clone” che ti fa arrivare a casa una specie di robot che ha la pelle, gli occhi, i peli… e tutto il resto identici all’originale e infatti lo spediscono dentro una sorta di liquido amniotico che lo preserva intatto).  
Hayley Atwell in black mirror 

Il tema di fondo è lo stesso, lo svolgimento è abbastanza diverso. Però entrambi, film e serie tv, sono da vedere, secondo me, per riflettere un attimo su rapporti umani prima che sul rapporto uomo-tecnologia. 
Io almeno sono uscita arricchita da questa visione e non guardo il computer allo stesso modo di prima.

Vi lascio il trailer della prima stagione di black mirror 



e una scena di Her con una musica al piano che adoro.


e Spike alla conferenza stampa degli oscars... la dolcezza infinita!


E Spike che riceve l'oscar... ringraziando con vocina emozionata.






giovedì 27 febbraio 2014

Pompei: Giove Ottimo Massimo, perdonali perché non sanno quello chefanno!

Avvertimento allo spettatore: nessuna speranza.

 By SisterOfDemons

La trama di Pompei (2014, Paul W. S. Anderson) non è piena di buchi, in realtà è un enorme buco con dei pezzi di trama.
Dopo aver fatto questa fondamentale precisazione devo aggiungere che assolutamente non mi aspettavo il capolavoro. In effetti non mi aspettavo nemmeno un film bello, ma nemmeno un film decente, solo il classico giocattolone pieno di fuochi d'artificio, mazzate (ce ne sono abbastanza!) e poco di più, veramente.
Questo film rasenta l'orrido ed è intriso di un sacco di comicità, ahimé, involontaria. 
Senatore Quinto Appio Corvo
Non sto qui a raccontare la trama (ma quale trama?), basti sapere che c'è Milo (Kit Harington) , un celta che bazzica le arene da un po' ed è l'ultimo rimasto di una "dinastia" di allevatori di cavalli. Bene, Milo (a proposito Kit, complimentoni vivissimi per gli addominali scolpiti) è il classico sbruffoncello che ama deliziare il pubblico con battutone del tipo "Chi muore nell'arena muore da uomo libero" e altre massime altrettanto scontate. Bene, quando la patrizia Cassia (Emily Browning) sta tornando da Roma  a Pompei, il suo cavallo inciampa, e indovinate chi si trova a passare da quelle parti??? Esatto, proprio Milo; che in pieno stile "Fate largo, adesso ci penso io", pone fine alle sofferenze della povera bestia. Da quel momento in poi Cassia si incapriccia del gladiatore (E sì, quando Milo è nell'arena la gente fa ovviamente tifo da stadio, al grido di "Celta, celta", che inquietantemente mi ricorda il famoso "Ispanico" di Decimo Massimo eccetera eccetera) e ce li ritroviamo in mezzo a ogni pié sospinto, e fin qui tutto bene, sarebbero anche i protagonisti. A mettere i bastoni tra le ruote ai due giovani è il cattivone di turno, tale corrotto senatore Quinto Appio Corvo (Kiefer Sutherland), che sbatte in faccia a tutti il famoso "Lei non sa chi sono io" e che aveva puntato Cassia quando lei era ancora a Roma.
Kit e Gli Addominali di Kit
I dialoghi sono scontati quando va bene, (Senatore: "Sei coraggioso, lo riconosco, ma nessun selvaggio potrà mai sconfiggere un romano!" Milo: "E venti selvaggi ce la fanno?"), agghiaccianti quando va male ("Quelli che vanno a morire ti salutano". Really? Siamo così cretini da non riuscire ad afferrare il buon vecchio "Ave Cesare, morituri te salutant"? Io non credo, ma comunque...).
Ogni tanto, giusto per ricordare che è un film sull'eruzione del Vesuvio, c'è la terra che trema. Tutti sono spaventati a morte, tranne il best friend forever di Milo, Attico (Adewale Akinnuoye-Agbaje. Non so cosa ho scritto...) che liquida il tutto con "Tranzolli, è solo la montagna".
Proprio ad Attico va il premio per la morte più divertente. Intorno a lui c'è lo sfacelo totale, lava, lapilli, morti, urla e grida, lui si ferma ed esclama: "Quelli che vanno a morire ti salutano. MUOIO DA UOMO LIBERO" e poi sbam, la lava se lo inghiotte, tipo la classica scena dell'autobus che investe il passante. Comico.
Attico e Milo
Tutto il resto del film consiste sostanzialmente in battute che non fanno ridere nemmeno i dementi, Milo e Cassia che pomiciano, lava, gente morta, combattimenti nell'arena, fumo, lava, fumo.
Nelle ultime scene si consuma il dramma.
No, non mi riferisco alla storia, ma sempre ai disastrosi dialoghi ("Forse non te ne sei accorto, ma i miei dèi sono venuti a prenderti", oppure "Vai!" "No, io non ti lascio qui!" "Guarda me, solo me").
Dopo un'ora, trentasei minuti e dodici secondi, il misericordioso Vesuvio, ringraziando Giove Ottimo Massimo, pone fine alle indicibili sofferenze dei protagonisti e alle ancor più indicibili sofferenze dello spettatore.
La recitazione è un pianto amaro, nessuno brilla per bravura, i personaggi, seppur presentati con un minimo di background, come nel caso di Milo, sono profondi quanto una pozzanghera, tristemente bidimensionali, stereotipati all'ennesima potenza. 
Milo e cassia
Gli effetti speciali lasciano abbastanza a desiderare. L'unica cosa su cui alla fine possono puntare i film di questo genere, qui è stata trattata in maniera alquanto scarsa, in un punto o due mi è addirittura sembrato di intravedere i green screen dietro ai protagonisti, e in un certo momento, sono sicura perché ho rivisto il pezzo in questione più volte, c'è del fumo fermo alle spalle di Attico. Fermo. Il fumo.  

Ogni volta che in un cinema viene proiettato Pompei, da qualche parte un Bruno Heller muore.



venerdì 21 febbraio 2014

L'uomo che odiava Sherlock Holmes: maneggiare con cura (è scritto da un americano!!!)

Copertina del romanzo
by SisterOfDemons
(Attenzione. Il post contiene spoiler, ma ritengo di esser stata veramente magnanima, in quanto non ho scritto chi è l'assassino!!!)

Da buona amante degli inquilini di Baker Street mi sono approcciata con un certo distacco e una certa freddezza a “L’uomo che odiava Sherlock Holmes” di Graham Moore, romanzo letto ormai un po' di tempo fa. Ciò che mi aveva incuriosito era stato proprio il titolo (che tra l’altro pensai avessero assurdamente tradotto: l’originale inglese è “The Sherlockian” ossia il fan, non l’hater, ma passiamo avanti).
Arthur Conan Doyle
So che esistono romanzi apocrifi con protagonista Sherlock Holmes, ecco, quelli, di cui non so e non voglio sapere niente, li avrei decisamente lasciati sullo scaffale della libreria, ma in questo caso mi trovai a fare un'eccezione, in quanto il protagonista non è Sherlock Holmes, bensì direttamente il suo creatore.
Tra i personaggi del libro (che ha doppia ambientazione temporale, ovvero inizi del '900 e 2010) oltre allo stesso Arthur Conan Doyle, figura il suo amico (e noto scrittore, anche se all’epoca in cui si ambienta il romanzo è ancora solo un frustrato impresario teatrale) Bram Stoker e il contemporaneo Harold White, membro dell’esclusivo gruppo degli “Irregolari di Baker Street”, un ventinovenne un po’ asociale e sfigatello a cui si unisce in seguito la misteriosa giornalista Sarah.
I fatti narrati sono chiaramente di fantasia, anche se attingono in parte alla vita del reale Arthur Conan Doyle, che fu preda di un brutto calo di popolarità, cominciato da quando aveva deciso di uccidere la sua creatura più famosa. Qui finisce la base storica e inizia la discesa nella fantasia più sfrenata (e a volte non nego, anche perversa e "da presa per il culo") di Moore. 
Bram Stoker
Agli affezionati lettori di ACD non era piaciuto affatto il modo in cui aveva liquidato Sherlock, perciò Arthur non si stupisce molto quando riceve un pacco esplosivo: qualcuno sta tentando di spaventarlo, m,a lui è deciso a non farsi prendere dallo sconforto, così, assieme al summenzionato amico Bram Stoker (l’autore fornisce un’immagine simpatica e un po’ triste del papà di Dracula, a mio avviso l'unico vampiro letterario degno di essere esposto nella mia libreria) comincia a indagare, ma viene presto consultato da Scotland Yard a proposito di una serie di efferati omicidi che coinvolgono giovani donne fatte passare per prostitute.
Sono rimasta parecchio stupita dal modo in cui Moore aveva descritto Conan Doyle, mi pareva che qualcosa non tornasse e che gli fosse stato fatto un grave disservizio, così ho fatto qualche ricerca e ho scoperto di avere un’idea completamente sbagliata dello scrittore: in realtà, come scrive giustamente GM, Conan Doyle è un uomo un po’ antipatico, profondamente convinto della superiorità maschile, con un disprezzo per quasi tutte le donne eccetto la moglie malata Touie e il suo amore platonico Jean. 
Ma torniamo alla storia: convinto di possedere le stesse capacità investigative di Holmes, Conan Doyle si mette a giocare al detective e dopo qualche tempo apprende che c’è un collegamento tra il pacco bomba inviatogli e le donne uccise: ci sono di mezzo le terrificanti suffragette che sono secondo Doyle l’undicesima piaga d’Egitto. (L’episodio descritto nel libro è puramente di fantasia, ma è vero che all’epoca Arthur Conan Doyle ha collaborato spesso con Scotland Yard, ottenendo però, a differenza di quanto narrato nel libro, dei risultati alquanto deludenti.).
Holmes e Moriarty alle Cascate di Reichenbach,
 illustrazione di Sidney Paget
Nel presente invece l’uomo del momento è Harold White, ritrovatosi (non troppo "suo malgrado", in quanto, come si suol dire, ci inzuppa il pane) a indagare sull’omicidio di Alex Cale, studioso di Conan Doyle e presunto scopritore del diario perduto dell’autore. Secondo alcune supposizioni, il diario (che nel racconto esisterebbe davvero, senza essere mai realmente saltato fuori) avrebbe dovuto contenere la descrizione del celeberrimo “Grande Iato” ossia quel lasso di tempo che va dalla “morte” di Sherlock Holmes alle cascate di Reichenbach alla sua ricomparsa nel caso del mastino dei Baskerville.
Anyway, il giorno della presentazione di questa “sacra reliquia”, Alex Cale viene trovato morto nella sua camera d’albergo, strozzato con un laccio di scarpa. Harold, che in realtà è un ragazzo geniale, ma ingenuo e sognatore, viene preso da una frenesia incontenibile e avvia un’indagine parallela a quella ufficiale. L’omicidio, Harold presume, è opera di uno sherlockiano: solo così riesce a spiegare alcuni indizi, tra i quali spicca una parola scritta sul muro col sangue della vittima: “Elementare” (Graham, madonna che fantasia, ti sei sprecato!).
Harold viene dunque ingaggiato da Sebastian Conan Doyle (discendente di Arthur) affinché recuperi il diario, che nel frattempo è sparito, e lo restituisca al legittimo proprietario.
Le indagini di Arthur e Harold si svolgono quindi in parallelo; entrambi giungono a sconvolgenti rivelazioni: Conan Doyle capisce che in realtà sente la mancanza della sua creatura più di quanto pensasse possibile; è vero, in un certo momento della sua vita ha odiato profondamente Sherlock e il fatto che la fama di quest’ultimo superasse la sua (da qui la traduzione italiana del titolo, che stando così le cose acquista un senso) lo ha profondamente irritato, ma è ora di gettarsi tutto alle spalle e far “risorgere” l’inquilino del 221B di Baker Street. Ciò che lui ha scritto nel diario quindi, potrebbe irrimediabilmente rovinare la reputazione di tutte le persone coinvolte nei fatti narrati, così Bram Stoker, per proteggere un po’ tutti quanti, all’insaputa di Arthur fa sparire l’oggetto incriminato.
Illustrazione di Sidney Paget, Strand Magazine
Ciò che Bram ha nascosto nel passato, viene ritrovato da Harold e Sarah nel presente.
La storia si interrompe qui, con i due che sul suggestivo sfondo delle cascate di Reichenbach si accingono a leggere gli eventi del cosiddetto “Grande Iato”.
Che dire, questo libro certamente è anni luce dall'essere un capolavoro, ma tutto sommato è scritto benino. Mi addolora il fatto che ci sia una serpeggiante scarsa considerazione per il povero John Watson, (anche se il binomio Holmes - Watson si riflette un po' in quello ACD - Stoker, con quest'ultimo nei panni del povero scemo che alla fine però salva la baracca) e la cosa ha contagiato anche me, in quanto non l'ho nominato per niente. Scusa caro. Prende allegramente in giro gli ossessionati di Sherlock Holmes, in pratica descrive un "fandom" dilaniato dalle lotte interne (mmm, mi ricorda qualcosa...) e da gente che ci crede veramente. Nonostante tutto è una lettura simpatica, uno svuota-cervello con poche pretese, impreziosito da citazioni dell'opera originale. In fondo il suo protagonista (quello contemporaneo) è un nerd asociale, scialbo ma genioide, che alla fine si becca la gnocca della situazione. 
Graham Moore è americano (sceneggiatore di The Imitation Game, il film con Benedict Cumberbatch nel ruolo di Alan Turing. Quando si dice la coincidenza...) e io rimango fermamente convinta che gli americani dovrebbero essere puniti ogni volta che toccano qualcosa di inglese, perché in un modo o nell'altro lo distruggeranno, però in questo caso non posso dirgli più di tanto, in quanto trovo che alla fine lo spirito di Arthur Conan Doyle sia stato essenzialmente rispettato, anche se, devo ammetterlo, in qualche occasione si scivola tristemente nell'americanata.

lunedì 17 febbraio 2014

Monuments Men: l'altro volto della guerra (e della pace)

Dopo molta, moltissima attesa sono andata a vedere finalmente il nuovo film di George Clooney, "Monuments Men".
Oh, non fate quella faccia: sì, all'urlo "George Clooney is inside!", è vero, io scapperei nella direzione opposta, neanche avessi sentito "Jumanji!", ma questa volta avevo tre buone ragioni per vedere il suo film: la mia passione per l'arte, per Jean Dujardin e last but not least Hugh Bonneville.


Lo so, è incredibile: George Clooney dimostra i suoi anni!


In un panorama cinematografico mondiale in cui film e serie tv sulla seconda guerra mondiale piene di combattimenti, morti, esplosioni, in cui la violenza viene mostrata più o meno gloriosamente, e più o meno sensatamente, Monuments Men si inserisce in una posizione assai curiosa.
Il film è tratto da una storia vera: un piccolo, minuscolo commando di uomini che nulla o poco avevano di militare accorrono in salvo delle opere d'arte che Hitler sta razziando in lungo e in largo (anche se principalmente si parla di Francia, Belgio e Italia).
Di criticismi facili se ne possono snocciolare quanti volete: vale davvero più un'opera d'arte di una vita umana? Tutta questa sognata arte è molto ristretta ad opere occidentali, siamo sicuri che sia rappresentativa? 
Non credo però sia questo il punto principale, o meglio, non quello che qualifica questo film come un buon film.

Copertina originale del libro da cui è stata tratta la storia

La bravura di Clooney (a cui, giuro, non avrei dato un penny) è stata quella di mostrare molta umanità, e di farlo in maniera delicata, senza strafare ma neanche sottovalutare.
Tutti i 7 anzi 8 monuments' men e 1 monuments' woman sono persone che con la guerra non hanno avuto a che fare direttamente: sono uomini (e una donna) con tutta la loro serie di difetti, dalla testardaggine alla boria, da un passato di alcolismo a una certa diffidenza e pregiudizio, ma non puoi fare a meno di volergli bene, di preoccuparti per loro, perché sai che è quasi sicuro che faranno qualche stupidaggine. 



Una cosa che per me, come appassionata di arte è scontata, viene presentata come tale anche nel film: se distruggi la cultura di un popolo è come se lo avessi ucciso davvero. È un messaggio che in un ambiente soprattutto come quello italiano in cui la cultura viene presentata come qualcosa di noioso, senza futuro e senza utilità, dovrebbe essere il più possibile diffuso e capito. 

I veri Monuments Men che recuperano l'autoritratto di Rembrandt (la scena è presente anche nel film)

Il film non scade mai nel melodramma palese, anche se ci sono dei momenti commuoventi, come ad esempio i "saluti di Natale" della famiglia dell'architetto interpretato da Bill Murray o come la lettera scritta da Bruges dal tenente ex alcolizzato di Hugh Bonneville (che, permettetemi di sottolinearlo era morbidissimo e l'ho adorato!). Ci sono inoltre delle scene molto divertenti e per nulla patetiche dettate dal contrasto tra le personalità dei vari soggetti che si ritrovano a dover viaggiare insieme, e dal contrasto tra la loro inadeguatezza e direi ingenuità e la bruttezza della guerra.



Menzione d'onore all'unica donna del cast con un ruolo importante, Cate Blanchett: non predomina sugli altri in nessun modo, è forte e tenace ma sa essere anche molto femminile senza per forza mostrarsi vulnerabile.


Il mio consiglio è insomma di andare a vedere questo film, perché anche se non sarà un capolavoro della storia del cinema, è molto godibile e rappresenta una buona occasione per riflettere su qualcosa di importante senza venirne appesantito o annoiato!

mercoledì 12 febbraio 2014

Anna Karenina: quando anch'io avrei voluto buttarmi sotto un treno

    

    

By SisterOfDemons

Prima di dire ciò che penso su questa trasposizione di Anna Karenina (s'è capito dall'immagine che è la versione 2012 di Joe Wright), ho necessariamente bisogno di fare alcune premesse:
1)Gli scrittori russi li trovo un po' indigesti, perciò confesso di non aver letto Anna Karenina (ce l'ho pronta nel Kindle, ma mi sto ancora riprendendo da Guerra e Pace, per cui non penso che prenderò questo libro in mano tanto presto). 
2)Non sono un'esperta critica cinematografica, non capisco nulla di nulla nel senso tecnico della faccenda. Ciò che riporto sono le mie opinioni, legate esclusivamente al mio gusto personale.
3)Mi sento anche un po' scema, perché il film ha generalmente ricevuto critiche positive mentre a me ha fatto schifo dal più profondo del cuore (tranne alcuni elementi che comunque ho apprezzato), quindi forse sono io che non l'ho capito.
Ho deciso di guardare questo film dopo aver visto la pedestre fiction di Rai 1 (quella con la Puccini e con Santiago Cabrera, per intenderci) che comunque mi era piaciucchiata e che, sebbene presentasse tutti i difetti delle fiction di casa nostra, alla fine era riuscita a conservare una certa dignità.
Diamo a Cesare quel che è di Cesare e diciamo subito che il film è decisamente su un altro livello su praticamente tutti i fronti, primo su tutti quello della recitazione (per dire, pure la Knightley, che non sopporto, si è comportata bene e non mi è dispiaciuta). Il cast era di ottimo livello (almeno sulla carta). Jude Law è sempre Jude Law, anche Bill Weasley (pardon, Domhnall Gleeson - non so dove va posizionata l' "h" del nome e non mi va di controllare, abbiate pietà) fa il suo dovere, Matthew Macfadyen è uno dei miei orsacchiottoni preferiti, quindi figuriamoci se dico parole cattive su di lui. Quella che interpretava Kitty nemmeno mi ricordo come si chiama, perciò secondo i miei parametri questa cosa dimostra una certa insulsaggine attoriale. La vera nota dolente è per me rappresentata dal gerontofilo Aaron Taylor-Jonson, o come lo chiamo io "Quello sposato con la vecchia" (blablabla l'amore non ha età, in fondo hanno solo ventitré anni di differenza eccetera eccetera. Ok, io non sono open minded e certe cose mi fanno storcere il naso, sono colpevole. Direi la stessa cosa a ruoli invertiti, i signori che si fanno le fidanzate con la metà dei loro anni mi fanno ugualmente storcere il naso, ma non divaghiamo). Il poverino secondo me ha avuto per tutto il tempo un'aria poco convinta, gli leggevo negli occhi un certo terrore, una sorta di "Oddio adesso cosa devo fare, qualcuno mi dica cosa devo fare!". Boh, ripeto, non avendo letto il libro non so dire, magari il personaggio andava caratterizzato esattamente così, non so.
Musiche di Dario Marianelli, per cui niente da dire, costumi che mi sono piaciuti assai ( c'è scappato anche un Oscar, se non ricordo male), per cui niente da dire.
Quello su cui ho un sacco da dire è invece l'impostazione teatrale che perseguita il povero spettatore per tutto il film (con povero spettatore intendo me). Questa scelta mi ha dato estremamente fastidio a livello mentale, non riuscivo a seguire bene quel che succedeva (forse sono tarda io), e dire che la storia la conoscono tutti, anche quelli che, come me, escono raramente di casa. Gli ambienti mi sono sembrati troppo soffocanti e chiusi, mi facevano venire male al cervello. Ho capito solo che se sei alla stazione basta salire quattro gradini per ritrovarti in una sala da ballo. 
Leggendo in giro ho invece notato che ai più quel che è piaciuto e stata proprio questa originale scelta di conferire al film un aspetto da spettacolo teatrale. Ecco, ci mancavano solo gli omini che passavano la scopa sul palco affinché is allestisse la scena successiva. 
Alla fine di tutto l'ambaradan ero talmente stremata che ho favorevolmente accolto il suicidio di Anna, avrei tanto voluto buttarmi sotto il treno anch'io. 
Già Anna è una rompipalle patentata che avrei voluto prendere a sberle a quattro a quattro finché non fossero diventate dispari, tutti quegli scenari cangianti, rotanti, allucinanti e allucinati sono stati per me il proverbiale chiodo sulla bara.
Apprezzo il teatro e apprezzo il cinema, ma ho capito con questo film che non li apprezzo contemporaneamente. Questo intreccio di ambientazioni e stili, che voleva essere una scelta innovativa e fresca, mi è sembrato decisamente inadeguato alla situazione, nel senso che con un altro film avrebbe anche potuto essere una buona opzione, ma qui, sempre secondo me, ha inutilmente appesantito un soggetto che già di suo non era tra i più allegri e spensierati da guardare.
Guardare questa Anna Karenina qui è stata una faticaccia estenuante, avrei apprezzato sicuramente di più una versione più "classica". Non posso proprio fare a meno di pensare che senza quello sfondamento della parete (ok, non so cosa sto dicendo ma morivo dalla voglia di scriverlo. Ecco vedete, pure solo ripensare a questo film mi confonde) il film sarebbe certo stato sicuramente meno innovativo e fresco e attira-giovani-hipster, ma decisamente più godibile. 

   
    


Oh, quasi quasi vado a riguardarmi la versione pedestre, ingenua e innocentemente bruttarella di Rai 1, almeno c'è  qualcosa di bello da contemplare senza essere distratti dalla scenografia (e no, non sto parlando di Vittoria Puccini, no, anche se poi alla fine Santiago lo preferisco in versione Aramis, sia ben chiaro. Così tutto sbarbato non è che mi dica molt,, ma è pur sempre visivamente più credibile di Aaron "Gerontofilo" Johnson...).