Visualizzazione post con etichetta Autori delle Colonie di Sua Maestà. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Autori delle Colonie di Sua Maestà. Mostra tutti i post

venerdì 21 febbraio 2014

L'uomo che odiava Sherlock Holmes: maneggiare con cura (è scritto da un americano!!!)

Copertina del romanzo
by SisterOfDemons
(Attenzione. Il post contiene spoiler, ma ritengo di esser stata veramente magnanima, in quanto non ho scritto chi è l'assassino!!!)

Da buona amante degli inquilini di Baker Street mi sono approcciata con un certo distacco e una certa freddezza a “L’uomo che odiava Sherlock Holmes” di Graham Moore, romanzo letto ormai un po' di tempo fa. Ciò che mi aveva incuriosito era stato proprio il titolo (che tra l’altro pensai avessero assurdamente tradotto: l’originale inglese è “The Sherlockian” ossia il fan, non l’hater, ma passiamo avanti).
Arthur Conan Doyle
So che esistono romanzi apocrifi con protagonista Sherlock Holmes, ecco, quelli, di cui non so e non voglio sapere niente, li avrei decisamente lasciati sullo scaffale della libreria, ma in questo caso mi trovai a fare un'eccezione, in quanto il protagonista non è Sherlock Holmes, bensì direttamente il suo creatore.
Tra i personaggi del libro (che ha doppia ambientazione temporale, ovvero inizi del '900 e 2010) oltre allo stesso Arthur Conan Doyle, figura il suo amico (e noto scrittore, anche se all’epoca in cui si ambienta il romanzo è ancora solo un frustrato impresario teatrale) Bram Stoker e il contemporaneo Harold White, membro dell’esclusivo gruppo degli “Irregolari di Baker Street”, un ventinovenne un po’ asociale e sfigatello a cui si unisce in seguito la misteriosa giornalista Sarah.
I fatti narrati sono chiaramente di fantasia, anche se attingono in parte alla vita del reale Arthur Conan Doyle, che fu preda di un brutto calo di popolarità, cominciato da quando aveva deciso di uccidere la sua creatura più famosa. Qui finisce la base storica e inizia la discesa nella fantasia più sfrenata (e a volte non nego, anche perversa e "da presa per il culo") di Moore. 
Bram Stoker
Agli affezionati lettori di ACD non era piaciuto affatto il modo in cui aveva liquidato Sherlock, perciò Arthur non si stupisce molto quando riceve un pacco esplosivo: qualcuno sta tentando di spaventarlo, m,a lui è deciso a non farsi prendere dallo sconforto, così, assieme al summenzionato amico Bram Stoker (l’autore fornisce un’immagine simpatica e un po’ triste del papà di Dracula, a mio avviso l'unico vampiro letterario degno di essere esposto nella mia libreria) comincia a indagare, ma viene presto consultato da Scotland Yard a proposito di una serie di efferati omicidi che coinvolgono giovani donne fatte passare per prostitute.
Sono rimasta parecchio stupita dal modo in cui Moore aveva descritto Conan Doyle, mi pareva che qualcosa non tornasse e che gli fosse stato fatto un grave disservizio, così ho fatto qualche ricerca e ho scoperto di avere un’idea completamente sbagliata dello scrittore: in realtà, come scrive giustamente GM, Conan Doyle è un uomo un po’ antipatico, profondamente convinto della superiorità maschile, con un disprezzo per quasi tutte le donne eccetto la moglie malata Touie e il suo amore platonico Jean. 
Ma torniamo alla storia: convinto di possedere le stesse capacità investigative di Holmes, Conan Doyle si mette a giocare al detective e dopo qualche tempo apprende che c’è un collegamento tra il pacco bomba inviatogli e le donne uccise: ci sono di mezzo le terrificanti suffragette che sono secondo Doyle l’undicesima piaga d’Egitto. (L’episodio descritto nel libro è puramente di fantasia, ma è vero che all’epoca Arthur Conan Doyle ha collaborato spesso con Scotland Yard, ottenendo però, a differenza di quanto narrato nel libro, dei risultati alquanto deludenti.).
Holmes e Moriarty alle Cascate di Reichenbach,
 illustrazione di Sidney Paget
Nel presente invece l’uomo del momento è Harold White, ritrovatosi (non troppo "suo malgrado", in quanto, come si suol dire, ci inzuppa il pane) a indagare sull’omicidio di Alex Cale, studioso di Conan Doyle e presunto scopritore del diario perduto dell’autore. Secondo alcune supposizioni, il diario (che nel racconto esisterebbe davvero, senza essere mai realmente saltato fuori) avrebbe dovuto contenere la descrizione del celeberrimo “Grande Iato” ossia quel lasso di tempo che va dalla “morte” di Sherlock Holmes alle cascate di Reichenbach alla sua ricomparsa nel caso del mastino dei Baskerville.
Anyway, il giorno della presentazione di questa “sacra reliquia”, Alex Cale viene trovato morto nella sua camera d’albergo, strozzato con un laccio di scarpa. Harold, che in realtà è un ragazzo geniale, ma ingenuo e sognatore, viene preso da una frenesia incontenibile e avvia un’indagine parallela a quella ufficiale. L’omicidio, Harold presume, è opera di uno sherlockiano: solo così riesce a spiegare alcuni indizi, tra i quali spicca una parola scritta sul muro col sangue della vittima: “Elementare” (Graham, madonna che fantasia, ti sei sprecato!).
Harold viene dunque ingaggiato da Sebastian Conan Doyle (discendente di Arthur) affinché recuperi il diario, che nel frattempo è sparito, e lo restituisca al legittimo proprietario.
Le indagini di Arthur e Harold si svolgono quindi in parallelo; entrambi giungono a sconvolgenti rivelazioni: Conan Doyle capisce che in realtà sente la mancanza della sua creatura più di quanto pensasse possibile; è vero, in un certo momento della sua vita ha odiato profondamente Sherlock e il fatto che la fama di quest’ultimo superasse la sua (da qui la traduzione italiana del titolo, che stando così le cose acquista un senso) lo ha profondamente irritato, ma è ora di gettarsi tutto alle spalle e far “risorgere” l’inquilino del 221B di Baker Street. Ciò che lui ha scritto nel diario quindi, potrebbe irrimediabilmente rovinare la reputazione di tutte le persone coinvolte nei fatti narrati, così Bram Stoker, per proteggere un po’ tutti quanti, all’insaputa di Arthur fa sparire l’oggetto incriminato.
Illustrazione di Sidney Paget, Strand Magazine
Ciò che Bram ha nascosto nel passato, viene ritrovato da Harold e Sarah nel presente.
La storia si interrompe qui, con i due che sul suggestivo sfondo delle cascate di Reichenbach si accingono a leggere gli eventi del cosiddetto “Grande Iato”.
Che dire, questo libro certamente è anni luce dall'essere un capolavoro, ma tutto sommato è scritto benino. Mi addolora il fatto che ci sia una serpeggiante scarsa considerazione per il povero John Watson, (anche se il binomio Holmes - Watson si riflette un po' in quello ACD - Stoker, con quest'ultimo nei panni del povero scemo che alla fine però salva la baracca) e la cosa ha contagiato anche me, in quanto non l'ho nominato per niente. Scusa caro. Prende allegramente in giro gli ossessionati di Sherlock Holmes, in pratica descrive un "fandom" dilaniato dalle lotte interne (mmm, mi ricorda qualcosa...) e da gente che ci crede veramente. Nonostante tutto è una lettura simpatica, uno svuota-cervello con poche pretese, impreziosito da citazioni dell'opera originale. In fondo il suo protagonista (quello contemporaneo) è un nerd asociale, scialbo ma genioide, che alla fine si becca la gnocca della situazione. 
Graham Moore è americano (sceneggiatore di The Imitation Game, il film con Benedict Cumberbatch nel ruolo di Alan Turing. Quando si dice la coincidenza...) e io rimango fermamente convinta che gli americani dovrebbero essere puniti ogni volta che toccano qualcosa di inglese, perché in un modo o nell'altro lo distruggeranno, però in questo caso non posso dirgli più di tanto, in quanto trovo che alla fine lo spirito di Arthur Conan Doyle sia stato essenzialmente rispettato, anche se, devo ammetterlo, in qualche occasione si scivola tristemente nell'americanata.

venerdì 17 gennaio 2014

A Song Of Ice And Fire e Sister Of Demons: una felice unione che dura dal 2007



by Sister Of Demons
Ricordo perfettamente il giorno in cui ho fatto conoscenza con quella simpatica teiera con la barba che risponde al nome di George R.R. Martin. Era il 2 luglio del 2007, io compivo diciassette anni e la mia vita era bella e priva di preoccupazioni. Ero nel mio periodo "macabro", leggevo specificatamente e con particolare attenzione libri in cui fossero descritti dettagliatamente omicidi, torture e squartamenti di vario genere. Mi volevo distinguere dalle mie compagne di liceo, le cui "letture impegnate" consistevano in Tre metri sopra il cielo (o sopra qualche cosa di smielato e comunque cosparso da abbondante melassa) e poco altro. Io ero cool perchè io leggevo fantasy, mica pizza e fichi!
Quando aprii il pacchetto regalatomi da mia sorella, lei mi disse: "Ho aperto una pagina a caso e c'era gente che moriva a un matrimonio, così te l'ho preso!". Quel libro era I fiumi della guerra e quelle erano le Nozze Rosse, ma io non realizzai la portata dell'evento fino a un bel po' di tempo dopo. Lo lessi comunque, anche se faceva parte di una saga e non era nemmeno il volume di partenza. Poco dopo partii alla volta della libreria Giunti Al Punto di Frosinone (un po' di pubblicità se la meritano, sono anni che ormai mi forniscono il materiale da lettura!) e tornai a casa con un mucchio di libri (quelli pubblicati fino a quel momento) e con il borsellino decisamente più leggero, ma con la consapevolezza di aver fatto felici me e la signora della libreria. 
Da quel momento precipitai con tutte le scarpe nel vortice di sadismo e crudeltà in cui lo Zione Martin è maestro indiscusso.
Prestai il libro a mia sorella (ora è vittima anche lei, poverina) e ben presto eravamo lì, che discorrevamo amabilmente del matrimonio di Joffrey e del famoso pasticcio di piccione. La nostra follia è presto degenerata, in men che non si dica avevamo coinvolto le amiche in letture pubbliche, quiz sui libri e drammatizzazioni dell'opera (Tra i nostri evergreen spicca la lettura del capitolo in cui Sansa ascolta zia Lysa e zio Petyr che consumano il matrimonio, quella del duello tra la Vipera Rossa e Gregor Clegane e la declamazione di una frase, credo mai pronunciata, ma che per noi è entrata presto nel "canone", ovvero - detta con tono piagnucolante e odioso, à la Sansa del primo libro - "Hanno ammazzato Ladyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyy"). 
Per un periodo ho anche militato su Barriera.net, luogo adatto, inizialmente, a piacevoli scambi di idee e opinioni, ma che con l'avvento della serie TV è diventato un puttanaio di gente che shippa Tizio con Caio, che manda insulti se solo si critica la adorata Daenerys (Lagnerys per gli amici) o se si fa notare che effettivamente il rapporto tra Jaime e Cersei è un tantino insano e che comunque la si voglia mettere la cara Regina è giusto un po' mignotta.
Quando ho cominciato a leggere i libri, Game Of Thrones era forse poco più di una remota eventualità nei programmi della HBO, di strada ne ha fatta ASOIAF da quando i protagonisti erano solamente nomi  nei fantacast della gente (anche io avevo compilato il mio personale fantacast, talmente osceno e assurdo che a ricordarlo adesso mi fa scompisciare dalle risate, del tipo, non mi ricordo nemmeno perchè, che avevo piazzato Amy Winehouse nel ruolo di Lady Taena Merryweather. Rendiamoci conto!!!).
La follia prosegue anche oggi, un po' meno in pubblico e un po' più nei meandri del nostro favoloso gruppo segreto vietato ai minori. Non starò qui a disquisire di ciò che viene commentato in quel sacro rifugio delle nostre menti, perché quello che succede nel gruppo segreto, rimane nel gruppo segreto.




giovedì 16 gennaio 2014

Top six: i miei libri "preferiti"

by Sister Of Demons

L'altro giorno mi è venuto in mente che non mi ero mai veramente fermata a riflettere su quali fossero i miei libri preferiti. Innanzitutto la nozione di "preferito" è un concetto assai labile nella mia testa. Quelli che seguono (in ordine alfabetico) sono i sei libri che mi sono balzati subito alla mente nel momento in cui ho scritto il post e non sono incisi nella pietra. La "classifica", anche se poi il termine è improprio visto che è più che altro una sorta di lista, è in continuo movimento. Non sono incluse le saghe e i classici, su cui ho intenzione di pronunciarmi presto in futuri post. Dando una rapida occhiata si evince che è tutta roba fantasy (o urban fantasy) con una spruzzata di horror e un pizzico di realismo. Gli autori sono tre britannici, due americani (anglofilia allo stato puro, con una lecita incursione nelle "Colonie di Sua Maestà!) e un tedesco. Le composizioni di autori italiani mi fanno generalmente storcere il naso (tranne rarissime eccezioni) e devo dire che la roba italiana spesso la evito, trovandola, nel migliore dei casi, autoreferenziale e pomposa (e poi qui parliamo di anglofilia!).
Arrivando al dunque, ecco la mia top six, lista, vademecum, quello che è.

1)American Gods (“American Gods”, 2001) - Neil Gaiman
Qui il buon caro Neil presenta la storia di un "predestinato" a cui capitano cose abbastanza inspiegabili, che lui arriva ad accettare con mirabile "grazia". Ciò che mi piace del romanzo, è la proposizione di una cosmogonia particolare, non particolarmente ingegnosa o originale, ma sempre coerente. A Gaiman non sfugge praticamente nessuna religione (politeista o monoteista che sia) e nel libro si possono trovare rappresentanti del pantheon egizio e nordico (quest'ultimo ha un ruolo determinante nel romanzo) e anche divinità dei nativi americani e altri dèi decisamente più mainstream. Il succo della questione è che tutte le divinità esistono essenzialmente perché gli uomini le pregano e credono in loro, ma i vecchi, classici e rassicuranti dèi stanno per essere scalzati dai nuovi, il Dio Denaro su tutti.


2)Elantris ("Elantris", 2005) - Brandon Sanderson
Il primo autore americano della mia lista è noto ai più per aver completato la saga "La Ruota del Tempo" del fu Robert Jordan ed Elantris è il suo romanzo d'esordio. Si tratta di un fantasy che si sviluppa in un unico corposo volume: niente sequel e niente prequel, pane al pane e vino al vino. La vicenda ruota attorno alla decaduta città di Elantris e ai suoi disgraziati abitanti, che ghettizzati dagli altri cittadini del regno, si organizzano e si ribellano al potere costituito, ristabilendo l'ordine e la democrazia. Un fantasy con tematiche classiche, che tuttavia è privo dei soliti cliché del genere, con protagonisti grandemente "difettosi". È quasi una sorta di "elogio del diverso" e proprio la diversità intesa come qualità positiva è la chiave di risoluzione di tutte le "tragedie" dei protagonisti.


3)Il Mulino dei dodici corvi ("Krabat", 1971) - Otfried Preußler
Ambientato nella Sassonia del XVII secolo, il libro è il più famoso dell'autore tedesco e sì, è un libro "per ragazzi". Nonostante questo è comunque triste, carico di morte e ha passaggi che mettono i brividi. Le tematiche trattate non sono a mio parere completamente apprezzabili da bambini e adolescenti, pur essendo lo stile semplice e diretto. I personaggi sono poco tratteggiati (anche se le personalità sono varie, tutte differenti) e il lettore si affeziona poco, il che è un bene in quanto buona parte di loro va incontro a una morte precoce e cruenta.
Il finale è un po' mandato in vacca dal fatto che l'amore vince sul male, ma insomma, dopo che hai ammazzato tre quarti dei personaggi, pensi che i superstiti debbano avere uno straccio di lieto fine.

4)La vendetta del diavolo ("Horns", 2011) - Joe Hill
Joe è il secondo autore statunitense della top six, figlio d'arte (il suo augusto genitore è Stephen King) e a mio parere molto talentuoso. Il libro è raccontato dal punto di vista di un "cattivo", un bravo ragazzo andato a male, per così dire, che ha cominciato a darsi all'alcolismo e al turpiloquio. La storia è tutta incentrata sull'omicidio della ragazza del protagonista (di cui lui è accusato, pur essendo innocente), ma la cosa interessante del romanzo, è che non è un crime classico, infatti l'assassino viene apertamente rivelato dopo poche pagine. Il punto saliente della questione è la "trasformazione" del protagonista, da golden boy a reietto nel giro di un secondo.  Nonostante l'ambientazione horror di fondo, l'autore mette in bocca al suo personaggio principale delle splendide riflessioni sulla fede, sulla dicotomia tra bene e male, sull'eterna lotta tra Dio (visto come un essere freddo e scostante, giusto fino al punto di diventare, paradossalmente, ingiusto)e il Diavolo (presentato non di certo come il soggetto da adorare, ma come essere a cui i deboli si affidano in quanto "consolatore" di fronte alla freddezza del Padre). La cosa bella è che alla fine il "male" vince, e il lettore non può che esserne compiaciuto.


5)London ("London", 1999) - Edward Rutherfurd
Libro che racconta la storia della città di Londra a partire, letteralmente, dal Big Bang. Non vi è un vero e proprio protagonista e nemmeno una vera e propria trama, ma il tomo comunque non risulta mai noioso. Il romanzo è suddiviso in capitoli che rappresentano le differenti epoche storiche, fino ad arrivare al XX secolo. Il lettore si immerge nella storia della City e assieme ai protagonisti assiste all'invasione dei Romani, si ubriaca nelle bettole più malfamate, applaude agli spettacoli teatrali di Shakespeare, passa una giornata in compagnia di nobili e di criminali. Non mancano capitoli spiritosi, come quello narrato dal punto di vista di un cane, e capitoli toccanti, come quelli dedicati ai sopravvissuti dei bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale. L'ultimo capitolo mostra l'evento di uno scavo archeologico, che strato dopo strato riporta alla luce reliquie viste nel corso di tutto il romanzo, dalle monete romane fino alle pipe fumate dagli inglesi a teatro.


6)The Heroes ("The Heroes", 2011) - Joe Abercrombie
The Heroes è uno stand alone, ma in realtà è ambientato nell'universo fantasy che Abercrombie ha sviluppato nella trilogia della Prima Legge. Joe recupera alcuni dei personaggi della suddetta trilogia e li utilizza per raccontare una vicenda ambientata diversi anni dopo la conclusione della sua storia principale, che non occorre aver letto per apprezzare The Heroes. Anche qui i cliché del genere vengono ripresi e non semplicemente ribaltati, ma addirittura ridicolizzati. I protagonisti sono sporchi, brutti e cattivi. Se restano vivi comunque non hanno un lieto fine, al contrario patiscono umiliazioni e sofferenze per il puro sadismo dell'autore. L'unica pecca di Abercrombie è l'inconsistenza dei suoi personaggi femminili, insipidi al meglio, che paragonati alla caratterizzazione pressoché perfetta di quelli maschili rendono l'equilibrio della storia precario in alcuni punti. Nonostante questo però non si avverte una misoginia o un odio per la donna, semplicemente è tutto calcolato e il lettore alla fine si accorge che anche a questo c'è una spiegazione.



Avrei concluso. Noto che i protagonisti di tutti i romanzi sono sfigati e/o iettatori. Bene. Le cose facili, rosa e zuccherose non mi piacciono. O volano teste o niente.