lunedì 17 febbraio 2014

Monuments Men: l'altro volto della guerra (e della pace)

Dopo molta, moltissima attesa sono andata a vedere finalmente il nuovo film di George Clooney, "Monuments Men".
Oh, non fate quella faccia: sì, all'urlo "George Clooney is inside!", è vero, io scapperei nella direzione opposta, neanche avessi sentito "Jumanji!", ma questa volta avevo tre buone ragioni per vedere il suo film: la mia passione per l'arte, per Jean Dujardin e last but not least Hugh Bonneville.


Lo so, è incredibile: George Clooney dimostra i suoi anni!


In un panorama cinematografico mondiale in cui film e serie tv sulla seconda guerra mondiale piene di combattimenti, morti, esplosioni, in cui la violenza viene mostrata più o meno gloriosamente, e più o meno sensatamente, Monuments Men si inserisce in una posizione assai curiosa.
Il film è tratto da una storia vera: un piccolo, minuscolo commando di uomini che nulla o poco avevano di militare accorrono in salvo delle opere d'arte che Hitler sta razziando in lungo e in largo (anche se principalmente si parla di Francia, Belgio e Italia).
Di criticismi facili se ne possono snocciolare quanti volete: vale davvero più un'opera d'arte di una vita umana? Tutta questa sognata arte è molto ristretta ad opere occidentali, siamo sicuri che sia rappresentativa? 
Non credo però sia questo il punto principale, o meglio, non quello che qualifica questo film come un buon film.

Copertina originale del libro da cui è stata tratta la storia

La bravura di Clooney (a cui, giuro, non avrei dato un penny) è stata quella di mostrare molta umanità, e di farlo in maniera delicata, senza strafare ma neanche sottovalutare.
Tutti i 7 anzi 8 monuments' men e 1 monuments' woman sono persone che con la guerra non hanno avuto a che fare direttamente: sono uomini (e una donna) con tutta la loro serie di difetti, dalla testardaggine alla boria, da un passato di alcolismo a una certa diffidenza e pregiudizio, ma non puoi fare a meno di volergli bene, di preoccuparti per loro, perché sai che è quasi sicuro che faranno qualche stupidaggine. 



Una cosa che per me, come appassionata di arte è scontata, viene presentata come tale anche nel film: se distruggi la cultura di un popolo è come se lo avessi ucciso davvero. È un messaggio che in un ambiente soprattutto come quello italiano in cui la cultura viene presentata come qualcosa di noioso, senza futuro e senza utilità, dovrebbe essere il più possibile diffuso e capito. 

I veri Monuments Men che recuperano l'autoritratto di Rembrandt (la scena è presente anche nel film)

Il film non scade mai nel melodramma palese, anche se ci sono dei momenti commuoventi, come ad esempio i "saluti di Natale" della famiglia dell'architetto interpretato da Bill Murray o come la lettera scritta da Bruges dal tenente ex alcolizzato di Hugh Bonneville (che, permettetemi di sottolinearlo era morbidissimo e l'ho adorato!). Ci sono inoltre delle scene molto divertenti e per nulla patetiche dettate dal contrasto tra le personalità dei vari soggetti che si ritrovano a dover viaggiare insieme, e dal contrasto tra la loro inadeguatezza e direi ingenuità e la bruttezza della guerra.



Menzione d'onore all'unica donna del cast con un ruolo importante, Cate Blanchett: non predomina sugli altri in nessun modo, è forte e tenace ma sa essere anche molto femminile senza per forza mostrarsi vulnerabile.


Il mio consiglio è insomma di andare a vedere questo film, perché anche se non sarà un capolavoro della storia del cinema, è molto godibile e rappresenta una buona occasione per riflettere su qualcosa di importante senza venirne appesantito o annoiato!

mercoledì 12 febbraio 2014

Anna Karenina: quando anch'io avrei voluto buttarmi sotto un treno

    

    

By SisterOfDemons

Prima di dire ciò che penso su questa trasposizione di Anna Karenina (s'è capito dall'immagine che è la versione 2012 di Joe Wright), ho necessariamente bisogno di fare alcune premesse:
1)Gli scrittori russi li trovo un po' indigesti, perciò confesso di non aver letto Anna Karenina (ce l'ho pronta nel Kindle, ma mi sto ancora riprendendo da Guerra e Pace, per cui non penso che prenderò questo libro in mano tanto presto). 
2)Non sono un'esperta critica cinematografica, non capisco nulla di nulla nel senso tecnico della faccenda. Ciò che riporto sono le mie opinioni, legate esclusivamente al mio gusto personale.
3)Mi sento anche un po' scema, perché il film ha generalmente ricevuto critiche positive mentre a me ha fatto schifo dal più profondo del cuore (tranne alcuni elementi che comunque ho apprezzato), quindi forse sono io che non l'ho capito.
Ho deciso di guardare questo film dopo aver visto la pedestre fiction di Rai 1 (quella con la Puccini e con Santiago Cabrera, per intenderci) che comunque mi era piaciucchiata e che, sebbene presentasse tutti i difetti delle fiction di casa nostra, alla fine era riuscita a conservare una certa dignità.
Diamo a Cesare quel che è di Cesare e diciamo subito che il film è decisamente su un altro livello su praticamente tutti i fronti, primo su tutti quello della recitazione (per dire, pure la Knightley, che non sopporto, si è comportata bene e non mi è dispiaciuta). Il cast era di ottimo livello (almeno sulla carta). Jude Law è sempre Jude Law, anche Bill Weasley (pardon, Domhnall Gleeson - non so dove va posizionata l' "h" del nome e non mi va di controllare, abbiate pietà) fa il suo dovere, Matthew Macfadyen è uno dei miei orsacchiottoni preferiti, quindi figuriamoci se dico parole cattive su di lui. Quella che interpretava Kitty nemmeno mi ricordo come si chiama, perciò secondo i miei parametri questa cosa dimostra una certa insulsaggine attoriale. La vera nota dolente è per me rappresentata dal gerontofilo Aaron Taylor-Jonson, o come lo chiamo io "Quello sposato con la vecchia" (blablabla l'amore non ha età, in fondo hanno solo ventitré anni di differenza eccetera eccetera. Ok, io non sono open minded e certe cose mi fanno storcere il naso, sono colpevole. Direi la stessa cosa a ruoli invertiti, i signori che si fanno le fidanzate con la metà dei loro anni mi fanno ugualmente storcere il naso, ma non divaghiamo). Il poverino secondo me ha avuto per tutto il tempo un'aria poco convinta, gli leggevo negli occhi un certo terrore, una sorta di "Oddio adesso cosa devo fare, qualcuno mi dica cosa devo fare!". Boh, ripeto, non avendo letto il libro non so dire, magari il personaggio andava caratterizzato esattamente così, non so.
Musiche di Dario Marianelli, per cui niente da dire, costumi che mi sono piaciuti assai ( c'è scappato anche un Oscar, se non ricordo male), per cui niente da dire.
Quello su cui ho un sacco da dire è invece l'impostazione teatrale che perseguita il povero spettatore per tutto il film (con povero spettatore intendo me). Questa scelta mi ha dato estremamente fastidio a livello mentale, non riuscivo a seguire bene quel che succedeva (forse sono tarda io), e dire che la storia la conoscono tutti, anche quelli che, come me, escono raramente di casa. Gli ambienti mi sono sembrati troppo soffocanti e chiusi, mi facevano venire male al cervello. Ho capito solo che se sei alla stazione basta salire quattro gradini per ritrovarti in una sala da ballo. 
Leggendo in giro ho invece notato che ai più quel che è piaciuto e stata proprio questa originale scelta di conferire al film un aspetto da spettacolo teatrale. Ecco, ci mancavano solo gli omini che passavano la scopa sul palco affinché is allestisse la scena successiva. 
Alla fine di tutto l'ambaradan ero talmente stremata che ho favorevolmente accolto il suicidio di Anna, avrei tanto voluto buttarmi sotto il treno anch'io. 
Già Anna è una rompipalle patentata che avrei voluto prendere a sberle a quattro a quattro finché non fossero diventate dispari, tutti quegli scenari cangianti, rotanti, allucinanti e allucinati sono stati per me il proverbiale chiodo sulla bara.
Apprezzo il teatro e apprezzo il cinema, ma ho capito con questo film che non li apprezzo contemporaneamente. Questo intreccio di ambientazioni e stili, che voleva essere una scelta innovativa e fresca, mi è sembrato decisamente inadeguato alla situazione, nel senso che con un altro film avrebbe anche potuto essere una buona opzione, ma qui, sempre secondo me, ha inutilmente appesantito un soggetto che già di suo non era tra i più allegri e spensierati da guardare.
Guardare questa Anna Karenina qui è stata una faticaccia estenuante, avrei apprezzato sicuramente di più una versione più "classica". Non posso proprio fare a meno di pensare che senza quello sfondamento della parete (ok, non so cosa sto dicendo ma morivo dalla voglia di scriverlo. Ecco vedete, pure solo ripensare a questo film mi confonde) il film sarebbe certo stato sicuramente meno innovativo e fresco e attira-giovani-hipster, ma decisamente più godibile. 

   
    


Oh, quasi quasi vado a riguardarmi la versione pedestre, ingenua e innocentemente bruttarella di Rai 1, almeno c'è  qualcosa di bello da contemplare senza essere distratti dalla scenografia (e no, non sto parlando di Vittoria Puccini, no, anche se poi alla fine Santiago lo preferisco in versione Aramis, sia ben chiaro. Così tutto sbarbato non è che mi dica molt,, ma è pur sempre visivamente più credibile di Aaron "Gerontofilo" Johnson...).





domenica 9 febbraio 2014

Top six: gli attori britannici che non volete perdervi

by Jane Doe

Saranno duetre settimane che pianifico di scrivere questo post, ma essendo una procrastinatrice professionista ovviamente ho sempre rimandato a "dopo".
Dunque, visto che dopo un altro processo di brainstorming degno di una campagna marketing la sorellanza anglofila ha unanimamente deciso di scrivere una (lunga) serie di classifiche, io ho pensato di aprire le danze con la mia, e dato che sono una povera ragazza single e che mi consolo del fatto cibandomi di film a volte anche di dubbio gusto per il mio bene, direi di partire con una top six di attori dal pedigree assolutamente britannico (probabilmente sarà seguito da uno di attrici, per la par condicio) che vedrete quest'anno al cinema (ma anche in TV) e che, fidatevi: non volete perdervi. 

1. Peter Capaldi



Ce lo stiamo gustando proprio in questo periodo, nel ruolo del Cardinale Richelieu nella serie tv BBC The musketeers; l'abbiamo visto al cinema in The fifth estate e World War Z (e per chi sta per protestare su quest'ultimo: nella premessa ho scritto "di dubbio gusto" per un motivo), e ancora in TV nelle serie tv (diciamolo insieme) BBC The hour e The thick of it, rispettivamente nei ruoli di Randall Brown e Malcolm Tucker, il ruolo che l'ha davvero "reso famoso". Comunque non mi sento a posto con la coscienza se non vi dico anche che ha scritto e interpretato (al paese mio se dice "se la canta e se la sòna") "Soft top hard shoulder" (che merita il vostro tempo), che l'avete visto anche nel ruolo di Jean Cocteau in Modigliani - I colori dell'anima e che a fine Agosto (e personalmente quest'ultima cosa non mi fa stare nella pelle) debutterà come 12 Dottore nell'8 stagione di Doctor who. Ha vinto un Oscar al miglior cortometraggio nel 1995 per la regia di Franz Kafka's It's a Wonderful life. 
Questa snocciolata solo per dirvi che, insomma, non è il primo idiota sulla piazza. Anzi, a voler essere completamente sinceri, l'uomo è un fenomeno. 
Io l'ho "scoperto" (si fa per dire) perché sono appunto una grossa fan di Doctor who, e quando è uscita la notizia che lui sarebbe stato il nuovo protagonista avevo un vuoto cosmico sulla sua identità, che in questi mesi sto cercando di colmare (ma non sono nemmeno a metà dell'opera. Come dice saggiamente la nostra Michela "la filmografia di Capaldi è un buco nero"). La notizia che lui sarebbe stato il 12 Dottore mi aveva comunque lasciato con una certa diffidenza: non sapendo chi fosse, ed essendo molto affezionata all'attore che è stato il protagonista per ben tre stagioni, non ero disposta a fargliela passare liscia. Poi ho visto Inside the Mind of Leonardo, un documentario di Sky Art in cui il caro Peter interpreta Leonardo Da Vinci (a mio parere uno dei più grandi geni che il mondo abbia mai visto, insieme a Shakespeare e Einstein) e quando mi ha lasciato a bocca aperta semplicemente declamando la lista della spesa di Leonardo ho deciso che i giudizi affrettati sono proprio una brutta bestia.
Vi faccio un riassunto: Soft top hard shoulder; The hour (stagione 2); Inside the mind of Leonardo. Questi sono, a mio parere, i vostri must see per conoscerlo, anche se poi in realtà più roba reperite e vedete e meglio sarà.
Trivia: Capaldi è in realtà laureato in disegno alla Glasgow School of Art, e fu rifiutato dall'Accademia di arte drammatica. Immagino che ora gli interessati si sentiranno come i 12 editori che hanno rifiutato Harry Potter.


Dato che ho già scritto mezza pagina su Peteruccio bello, cercherò di farla breve. L'avete visto in Sherlock (serie targata BBC); Amazing grace (nel ruolo di William Pitt); The Fifth Estate (era il protagonista con la parrucca biondo platino teribbile, il motivo per cui non ho ancora finito di vederlo, lo devo assumere in piccole dosi); Hawking; lo vedrete (si spera nel giro di pochi mesi e con un adattamento decente) in 12 anni schiavo. Nella mia mente, Benny (sono miei amici, li chiamo tutti per nome, abituatevi) e Peter sono accomunati da molte cose, se si lascia da parte la formazione (Ben è laureato in Acting and Drama, mentre Peter no): hanno uno stile attoriale molto simile tra loro, tant'è che non a caso hanno recitato in un paio di casi stessi ruoli in adattamenti diversi (l'angelo Islington in Neverhwere e Luke Fitzwilliam in E' troppo facile). E' un altro attore davvero straordinario, in grado di venderti qualsiasi cosa, dal sociopatico (Sherlock) al malato terminale (Third star e Hawking) al mostro (è stato la creatura nella riduzione teatrale di Frankenstein diretta da Danny Boyle al National Theatre, e ogni volta che ci ripenso mi viene da piangere di commozione), al marito dedito e pieno di problemi (Wreckers, e sospetto sarà così anche August Osage County). Anche nel suo caso la lista di cose da vedere è infinita, ma io consiglio caldamente: Sherlock (tutte e tre le stagioni, perché non solo lui è fantastico ma anche il resto del cast lo è, ed è anche scritto da Dio); Amazing Grace (eh, chi ve lo toglie il drammone storico? non avete speranza); Hawking e in un giorno in cui vi sentite davvero particolarmente felici Third Star. Speranze per il futuro: che lo vedremo recitare in una romcom allegra con happy ending assicurato a mezz'ora dall'inizio.
Trivia: tra il diploma superiore e l'inizio dell'università, Ben ha passato un anno sabbatico in un monastero tibetano, a insegnare inglese, e si considera, "at least philosophically", buddista. 


NO, non pensateci nemmeno. Non è Loki. 
O meglio: sì, lo è, ma la sua carriera è molto più ampia e vasta e vederlo ricordato solo per quel ruolo mi infastidisce, anche perché a volerla dire tutta non è nemmeno la sua performance migliore (benché da Thor a Thor 2 sia migliorata notevolmente, con il suolo ruolo a sostenere la noia e il disastro di uno script altrimenti orrido -ma questa non è una recensione di Thor 2, scusatemi). Non vedo l'ora che escano le date in cui sarà possibile vedere al cinema il Coriolano (ripreso dal National Theatre con sottotitoli in italiano). L'avete visto in Midnight in Paris (e vi sfido a dire che non vi eravate immaginati in quel modo Fitzgerald), The hollow crown, una miniserie (indovinate...) BBC in 4 episodi tratti da 4 tragedie di Shakespeare; e per chi è amante del genere anche in War horse di Steven Spielberg. La mia conoscenza della sua carriera, rispetto a quella di Benedict e Peter, è carente, ma ho gli occhi e so (almeno credo) riconoscere la bravura quando la vedo. Comunque non me la sento di consigliarvi cose che non ho visto io per prima, quindi direi che per farvi un'idea di chi è andrà bene vedere Midnight in Paris, ma soprattuto the Hollow Crown perché sospetto fortemente che Shakespeare sia il suo terreno ideale e naturale. E per una bella serata fuori, ad Aprile non prendete impegni e andate a vedere il Coriolano (la nostra Michela ha scritto un blogghino interamente dedicato all'argomento dato che  ha il c... EHM EHM scusate la fortuna di risiedere vicino all'unico cinema d'italia dove danno questi spettacoli in diretta). Fidatevi, il National Theatre Live è un'esperienza che non si dimentica.
Trivia: All'università giocava a Rugby, ed era un promettente esordio, ma ha abbandonato la carriera da rugbista in favore del suo amore per la recitazione. E meno male!


Va bene lo ammetto, è irlandese. Non fate i pignoli.
Mi sono presa una cotta per lui questa estate, con Peaky blinders. 
Sei puntate di PURO SPLENDORE ad ogni livello, probabilmente la serie BBC migliore del 2013. Comunque l'avete visto anche Batman Begins (nel ruolo di uno Spaventapasseri che a mio avviso è decisamente più iconico del Joker di Heath Ledger, per quanto impeccabilmente recitato anche questo), Inception e Skyfall. E poi Ritorno a Cold Mountain (ma a quanto pare quel film è un porto di mare, ci sono passati tutti), La ragazza con l'orecchino di perla (film che ho completamente cancellato dalla memoria, non mi sembra un buon segno), The edge of love e Tron: Legacy.
Come avvio alla conoscenza, opterei per Batman Begins, Inception e Skyfall. E se volete indulgere nella vostra zona di nerdizione (ne abbiamo tutti una, non osate negarla), vedete anche Tron: Legacy. E ovviamente non perdetevi Peaky Blinders, perché se lo fate siete delle brutte persone. Avete tutto l'agio di recuperare la prima serie dato che la seconda è programmata per qualcosa come questo Settembre. Hop hop!
Trivia: è vegetariano. (+bonus: ha chiesto a sua moglie di sposarlo mentre stavano scalando una collina in Irlanda. Mi sa che non è il re del romanticismo) 

5. David Tennant


Il secondo scozzese della lista dopo Peter Capaldi.
Io l'ho conosciuto sempre grazie a Doctor who, di cui è stato il protagonista per tre stagioni, ma anche nel suo caso ci troviamo di fronte a una lista di lavori che è un buco nero. E' attivissimo da sempre a tutti i livelli: nel cinema, a teatro, in TV. Ultimamente, ho visto "The escape artist", un altro di quei piccoli gioiellini che la BBC ci regala per farci soffocare nell'ansi... ehm, per dimostrarci che si possono creare cose belle senza dover per forza scrivere la romcom con l'happy ending.
La mia ammirazione per quest'uomo è infinita, soprattutto per il modo in cui si approccia nei confronti di Shakespeare, perché è capace di portare i testi del Bardo a un livello di fisicità che nessuno, nemmeno Kenneth Branagh, sa dar loro.
La sua interpretazione del soliloquio più famoso del mondo ("Essere o non essere...") mi ha sconvolto quanto Benedict Cumberbatch che, nel Frankenstein, declama i versi del Paradise Lost di Milton.
Quindi, nella guida alla visione, inserisco senza indugio sia Hamlet che Much ado about nothing (molto rumore per nulla). Sul versante TV, sicuramente sia The escape artist che Broadchurch, perché ha interpretato ruoli che gli calzano a pennello, ma anche The politician's husband. Sul versante film, ammetto di non essere molto preparata (il Tennant mi piace godermelo per periodi lunghi piuttosto che brevi -ognuno ha le sue fisse), ma posso dirvi che il suo ruolo in Fright night (filmetto senza infamia e senza lode in cui il trash, mio amore segreto, raggiunge livelli notevoli) è meraviglioso, così come Nativity 2. Ma se volete restare sull'onda del Tennant serio (anche se devo essere sincera, io adoro il suo atteggiamento nelle commedie), dimenticate gli ultimi due titoli e guardate invece United.
Trivia: in Harry Potter e il Calice di Fuoco, in cui interpreta Barty Crouch Jr., il tic di leccarsi le labbra non era nello script, ma una aggiunta ideata da lui durante le riprese.

6. Martin Freeman


Questa sesta posizione ha avuto una gestazione lunga e travagliata. La verità è che, fosse per me, nominerei ogni singolo attore visto qui e lì perché secondo me il tipo di preparazione alla recitazione che viene data ai britannici non ha eguali nel resto del mondo. Sì, lo so, una posizione un po' estremista, ma confrontate la fiction media italiana con una BBC e vi renderete conto di quello che intendo. Comunque, questo è un off topic, per cui passiamo al, come si suol dire, "last but not least" della chart.
Dopo avervi deliziati con 50 sfumature di disperazione&ansia, sarò buona: i lavori di Martin sono una boccata d'aria fresca, e soprattutto leggera. Conosciuto in Italia soprattutto per il ruolo di Bilbo Baggins ne Lo hobbit (sì, è il tipo basso con i piedi pelosi che si lamenta che vuole tornare a casa), la mia stima per lui è nata grazie alla sua interpretazione del Dr Watson in Sherlock (cfr posizione #2), anche se i suoi due ruoli che amerò per sempre sono quelli che recita in Love Actually e Wild Target (cavolo, Bill Nighy non è entrato in classifica. Beh, se cliccate sul suo nome c'è il link alla sua pagina di IMDb, fatene buon uso). Da vedere: ovviamente, Wild Target, un diversivo delizioso per serate in cui volete godervi una commedia leggera e divertente senza essere del tutto idiota; ovviamente Sherlock; nel periodo natalizio, Nativity e Love actually; The World's End (che vi da una scusa buona per guardare anche i primi due capitoli della Trilogia del Cornetto e Simon Pegg) e La guida galattica per Autostoppisti (che, nonostante tutto, ha un suo perché).
E nei prossimi cinque minuti in cui navigherete su Internet da bravi studenti diligenti per cercare tutti i film sopracitati, fate un pit stop su Youtube e guardate "The girl is mime", il cortometraggio che ha confermato la mia stima nei confronti del Signor Freeman.
Trivia: non sa guidare. Ed è vegetariano anche lui!

Non mi resta altro da dire se non augurarvi buona visione! 

domenica 2 febbraio 2014

Coriolanus: Live from the Donmar Warehouse

Al grido di "Sì, invidiatemi, io l'ho visto nell'unico cinema di Italia in cui l'hanno trasmesso", ho pensato di fare un post sulla mia esperienza: la diretta satellitare del Coriolanus del Donmar Warehouse Theatre di Londra.


Credo che il National Theatre Live sia una delle iniziative culturali più interessanti che abbia mai visto: sostanzialmente, live o in differita, le produzioni più famose o di successo del National Theatre di Londra ("quel blocco di cemento orribile sul Tamigi pieno di meraviglie" come lo chiamo io) o di altri teatri ad esso "affiliati", vengono trasmesse nei cinema del Regno Unito e di tutto il mondo. 
Cercate sul sito http://ntlive.nationaltheatre.org.uk/ le produzioni nuove e vecchie e i broadcast più vicini a voi - NTlive è in parte trasmesso da Nexo Digital in Italia, ma non tutte le produzioni.
Non è la prima volta che assisto al broadcast di un'opera teatrale: ho visto Frankenstein di Danny Boyle (due volte, la prima richiese persino il "pellegrinaggio" a Faenza), The Audience con Helen Mirren (una live e una differita), Romeo and Juliet del Globe Theatre (produzione 2009), Macbeth con Kenneth Branagh e Hamlet con Rory Kinnear.





Per quanto riguarda il Coriolanus, naturalmente l'idea di veder recitare a teatro Tom Hiddleston, nuovo favorito nella mia rosa di attori preferiti, e Mark Gatiss, da tempo nel mio piccolo olimpo attoriale, era veramente allettante. Purtroppo, di fare la "capatina" a Londra non c'era speranza, tra la pecunia sempre scarseggiante e il lavoro assai precario, per cui ero, lo ammetto, molto triste. Non conoscevo l'opera, se non per sentito dire, e nei riguardi del film di Ralph Fiennes, che ho lasciato miseramente a 20 minuti dall'inizio, nonostante Gerard Butler e il mio sempre amato James Nesbitt. 

Quando infine è stato annunciato che il Cinema Teatro Tiberio di Rimini, piccolo cinemino parrocchiale nel pittoresco borgo di pescatori riminesi che è San Giuliano, non stavo più nella pelle! Naturalmente, qualche altra pazza/fangirl Hiddlestoniana ha fatto trasferte da Roma, Firenze e Bologna, con qualche malcapitato fidanzato, e il cinema era mezzo pieno!


Il Tiberio: Carino, eh? (come diceva sempre il mio prof di laboratorio alle superiori)


Come molte produzioni dell'NTlive, il Coriolanus è iniziato con un piccolo documentario sul dietro le quinte della produzione, ed essendo il Donmar un teatro molto particolare, vi direi due parole proprio su quello. Il palco del Donmar consta in una sorta di quadrato dai 5 agli 8 metri per lato visto così ad occhio, con 251 posti totali intorno. Era un ex magazzino di banane e generi simili - non per niente il nome è rimasto Donmar Warehouse - e si trova dall'altra sponda del Tamigi rispetto al West End, e più precisamente a Covent Garden. 

Riuscire a rendere il Coriolano di Shakespeare, una delle ultime tragedie scritte dal Bardo e in cui è insita una certa grandiosità ed epicità, in uno spazio piccolo e principalmente spoglio è difficilissimo, una sfida che pochi si sentirebbero di affrontare. Per quanto mi riguarda, l'esperimento è più che riuscito.





Innanzitutto, l'uso dello spazio durante l'opera: molto spesso gli autori sono in scena, ma dietro una sorta di "quinta immaginaria". Viene disegnato all'inizio un quadrato sul palco, con della tintura, per delimitare uno spazio entro il quale le scene domestiche vengono recitate, mentre molto spesso tutto il resto del cast è sistemato sul fondo, seduto su normali sedie. L'uso di queste sedie, delle scale (semplici pioli fissati al muro per lo più), del muro stesso del warehouse dipinto, disegnato con graffiti, nonché l'uso di detriti e acqua dall'alto della scena, creano una suggestione che ricorda più il teatro contemporaneo che Shakespeare ma che personalmente mi hanno colpito moltissimo. Vedere Tom Hiddleston comparire in scena coperto di sangue, tanto sangue da macchiargli i denti mentre parla, è stata una cosa molto, molto intensa, così come vedere il lavoro dei truccatori per le sue ferite da battaglia, tanto che la scena in cui si lava di questo sangue mi ha dato un senso di bruciore e fastidio, proprio quello che si proverebbe lavando una ferita aperta e sanguinante.


Copyright: Johan Persson 


Copyright: Johan Persson 

Per quanto riguarda gli interpreti non mi sento di dire che qualcuno di loro è stato marginale. Tom Hiddleston interpreta il protagonista, questo Caio Marzio Coriolano (Caius Martius Coriolanus), in una maniera estremamente onesta: è un personaggio con cui è difficile empatizzare, è un soldato perfetto, e un politico disastroso, una persona che non sa accattivarsi le persone, e che per la maggior parte ha idee praticamente fasciste. Eppure, non si può che osservare l'entusiasmo e la ferocia in quel viso (a mio parere cesellato dagli Dei - ma io sono io), la forza e l'implacabilità nel suo sguardo e infine la commozione nei suoi occhi e quella dimensione in cui non si recita più, ma si è. Hiddleston è riuscito a creare un personaggio a tutto tondo nonostante le caratteristiche e personalità così estreme di Caio Marzio, un Dio Marte sul campo di battaglia, chiamato Coriolano in onore della sua vittoria sulla città dei Corioli, ma solo un uomo di fronte alle proprie debolezze.


Copyright: Johan Persson 
Copyright: Johan Persson
Mark Gatiss nel ruolo di Menenio Agrippa (Menenius) è la figura autorevole eppure accessibile, il padre putativo o mentore della situazione, colui che sa quando parlare e quando tacere, che alza la voce solo quando necessario, se non quando si tratta di Coriolano: non è un essere meschino e calcolatore, è colui che cerca di riportare il soldato alla vita civile, che cerca di elevarlo per i suoi meriti ma in effetti non è in grado di capire che lui sta cercando di cambiarlo, quando invece crede di dover far emergere un qualcuno che in effetti Coriolano non è mai stato, ovvero il console e il politico, non il soldato.
Copyright: Johan Persson
Hadley Fraser interpreta il ruolo di Aufidio, nemico mortale di Caio Marzio, che poi diventa in parte suo alleato ma che infine è la mano che lo ucciderà. Il ruolo non è presente per tutto il tempo in scena, e necessita di un interprete più che all'altezza. Fraser fa il suo dovere e molto di più: crea la sensazione di minaccia, di pericolo, ogni qual volta il suo personaggio entra in azione. Aufidio è un guerriero, un guerriero molto più onesto con il suo ruolo di quanto non lo sia Caio Marzio: è un soldato che fa il soldato, un generale che non si da alla politica, un uomo intelligente quanto semplice e più rozzo forse. La vendetta è ciò che lo spinge, e si nota dalla presenza più intensa della rabbia più o meno repressa che contiene in sé e che si trasmette all'esterno della sua persona senza enfasi inutile. 
Copyright: Johan Persson
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Volumnia, la madre di Caio Marzio, è un personaggio eccezionale, a mio parere. Una donna forte e combattiva, un soldato mancato a suo modo, fiera delle ferite del figlio e sicura che l'avrebbe amato anche se fosse tornato morto, purché gloriosamente: tutto questo in esatto opposto alla moglie di Coriolano, Virgilia, che come ogni moglie e madre è più preoccupata per l'incolumità di Caio Marzio. Il percorso di evoluzione di Volumnia passa da questa donna d'acciaio, decisa a far ascendere a giusta gloria il proprio figlio, a cercare di far tornare Caio sui suoi passi, quando lui decide di voltare le spalle a chi lo ha bandito da Roma dopo tanti sacrifici, non più con il polso e la determinazione, ma facendo appello al proprio figlio, all'uomo e non al soldato. Una Deborah Findlay, questa Volumnia, splendida.


Copyright: Johan Persson
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Menzione d'onore direi per Elliott Levey e Ellen Schlesinger, nei ruoli di Bruto e Sicinia (nella opera originale di Shakespeare, Sicinio), tribuni della plebe. Questi due personaggi, un po' cospiratori, un po' amanti, manipolano i pensieri e le parole della gente con la loro eloquenza e riescono nel loro intento di far capire a Caio Marzio che non sa come trattare il popolo e non sa farsi amare, e che loro sono maestri in questo. Nonostante questi ruoli così potenzialmente malvagi e antagonisti, il loro trionfo ci riempie di una ondata di entusiasmo e di vittoria.

Copyright: Johan Persson
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Altri due interpreti principali sono Peter De Jersey e Alfred Enoch (uno dei "ragazzini di Harry Potter" diventato un attore professionale e professionista), rispettivamente nei ruoli di Cominio e Tito Larzio, comandanti in capo della legione di Caio Marzio. Questi due risultano speculari quasi ad Aufidio, la parte "buona" o meglio gli alleati di Coriolano, che però peccano dello stesso difetto di Menenio: cercare di rendere Caio Marzio il politico che non è e non sarà mai, e solo per il grande rispetto e affetto che provano per lui.

Copyright: Johan Persson
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L'ensemble non è semplicemente di contorno e di supporto: nonostante gli attori si susseguano nei vari ruoli, prima di amici, confidenti, popolo, sottoposti, soldati, e luogotenenti sono fondamentali nel far scaturire nei personaggi le varie emozioni e reazioni. Una prova magistrale di tutti, mi sentirei di dire soprattutto per Rochenda Sandal, Mark Stanley (visto in Game of Thrones) e Dwane Walcott.

Copyright: Johan Persson
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Un'operazione, questa, insomma, a mio parere perfettamente riuscita, un riadattamento e non necessariamente una rilettura essendo il Coriolano di un'attualità e comprensione a livello cognitivo ed emotivo sontuosamente risonante. La prova che il teatro contemporaneo sa coinvolgere il pubblico anche con un testo di quattrocento anni, studiato nelle scuole e considerato dai più troppo pesante, troppo complesso, troppo didascalico. Una prova attoriale intensa e non facile, ma per cui personalmente non posso dirmi affatto insoddisfatta: se ho colto ciò che ho colto nonostante il mio inglese non del tutto eccelso o non abbastanza per accedere in maniera fluida a Shakespeare, è stato soprattutto grazie alle interpretazioni e all'interiorizzazione degli attori.




giovedì 30 gennaio 2014

Ironclad: arte della guerra a grandi livelli (e poi c'è James Purefoy...)

 
Il mio DVD di Ironclad, in compagnia del cofanetto di GoT.

by Sister Of Demons
Ho visto per la prima volta Ironclad (2011) su Rai 4 (la Rai è piena zeppa di robe disgustose e compie scelte discutibili un giorno sì e l'altro pure, ma ogni tanto qualche soddisfazione riesce a darmela), una sera in cui avevo freddo ed ero bella infilata nel mio lettuccio, con una pesante lezione di Diritto Civile il giorno successivo. Non mi andava di far tardi col pc e avevo optato per una scelta facilmente fruibile.
Il film mi è piaciuto parecchio, sia perché c'è gente tutta infangata e zozza di sangue che combatte come se non ci fosse un domani, sia perché raccontava l'assedio al castello di Rochester, avvenuto durante il regno di uno dei sovrani inglesi più controversi: Giovanni Senzaterra.
L'anno è il 1215 e Re Giovanni ritiene di aver subito un grave torto con la firma della Magna Carta, per questa ragione decide di assediare e conquistare tutte le fortezze più strategiche del sud dell'Inghilterra, aiutato da un esercito di mercenari danesi. Ovviamente il gruppo di eroi, composto dal Templare Thomas Marshall, dal barone William d'Albini e da altri sgangherati compari, con la benedizione e l'accordo dell'Arcivescovo di Canterbury, decide di entrare in azione e di soccorrere Reginaldo di Cornhill, che abita il castello di Rochester da quando Giovanni ha firmato la Magna Carta.
Il film è tutto incentrato su questo singolo episodio dell'assedio, non si preoccupa di mostrare il background dei personaggi, in un certo senso è un bene, c'era il rischio che diventasse una roba troppo melensa. Tra scavicchiamenti di mandibole, squartamenti di vario genere, torture perpetrate ai danni dei protagonisti, il tutto condito con abbondante fiume di sangue, Ironclad è entrato di diritto tra i miei film preferiti.
L'accuratezza storica in alcuni punti non è il massimo, per esempio l'esercito di mercenari utilizzato dal re non era danese, bensì formato da soldati provenienti da Belgio, Provenza e Aquitania. Ma insomma ci sono passata sopra, chissene. Non si sa con certezza quanti fossero i soldati guidati da l barone d'Albini, secondo il film sono quattro gatti, ma insomma...chissene!
Come spesso purtroppo accade il film scivola nello stereotipo, specialmente per quanto riguarda la figura di Re Giovanni e quella del Templare Thomas Marshall. Il personaggio è inventato, comunque ispirato alla figura di Guglielmo il Maresciallo, e come di consueto in questi film, appare fin dall'inizio turbato dalla sua situazione personale. Lui è un uomo tutto d'un pezzo, ligio al dovere e con una capacità di resistenza non indifferente. Durante tutto il film fa essenzialmente sempre le stesse cose: prega, sfracassa le ossa degli avversari, prega, taglia in due gli avversari, prega, sbudella gli avversari e poi prega di nuovo. Tutto quanto giusto, come nel Manuale del Perfetto Templare, fino a quando l'assedio diventa insopportabile, il cibo comincia a scarseggiare e l'unica cosa commestibile rimane il suo cavallo (che non si tocca, regola Templare!)e lui comincia a svalvolare appena la castellana, Isabel, giovane moglie di Reginaldo, comincia a mostrare interesse. Alla fine poveraccio cede, lei è parecchio insistente e durante un assedio non è che ci sia poi molto da fare.
Alla fine muoiono tutti di una morte atroce, tranne il nostro protagonista, che viene prontamente sciolto dai suoi voti religiosi, la sua bella e il giovane scudiero del barone d'Albini.
Il cast del film è d'eccezione: James Purefoy interpreta il protagonista (già solo questo vale la visione), Paul Giamatti è Re Giovanni, Brian Cox è Guglielmo d'Albini, tra gli amiketti del nostro eroe c'è il nostro amico Orell di Game of Thrones, al secolo Mackenzie Crook, e, udite udite, a un recente rewatch ho realizzato che il giovane scudiero Guy è nientepopodimenoche il nostro piccolo Riccardo III aka Aneurin Barnard, o come dice Marnie "Il ragazzetto tisico di The White Queen". Last but not the least, il caro Nonno Tywin Charles Dance interpreta magnificamente e col giusto grado di viscidume che contraddistingue tutti gli uomini di Chiesa, l'Arcivescovo di Canterbury.
Ironclad, come spesso accade ai film indipendenti, ha avuto una storia piuttosto travagliata, tra attori che si sono avvicendati per i vari ruoli (quella zocc...ehm, attrice Megan Fox ad esempio venne sostituita in corso d'opera con Kate Mara, che comunque è americana e a me gli americani che fanno gli inglesi mi fanno accartocciare le orecchie 2 volte su 3. Anche Paul Giamatti è americano, e benché io pensi fermamente che far interpretare un re inglese a un americano sia quasi un crimine contro l'umanità, devo comunque ammettere che Paul Giamatti sa il fatto suo) e altre sventure che capitano ai film indipendenti.
Ecco, a questo proposito, solitamente guardo poco i film indipendenti, ho il pregiudizio che siano tutte robe hipster e pretenziose, ma siccome questo raccontava una vicenda storica ho ben pensato che il "pericolo hipster" fosse scampato. Il buon Jonathan English (non so di che nazionalità sia, ma devo proprio dire nomen omen, uno che si chiama così non poteva non fare un film sulla storia inglese) mi pare che lavori bene, a parte qualche summenzionata inesattezza storica le cose scorrono lisce come l'olio. Il film è parecchio cruento, ma le scene di battaglia sono parecchio accurate e realistiche. I costumi mi sembrano adatti, ma sono sotto assedio, tutti zozzi, feriti e tristi, quel che indossano riflette la loro situazione e non essendo io un'esperta di abbigliamento medievale non posso né confutare né confermare se siano appropriati.
Recentemente ho scoperto che è pronto un sequel, ambientato un anno dopo l'assedio di Rochester, e tra i protagonisti troveremo Michelle Fairley, a dimostrazione del fatto che gli attori di GoT sono ovunque e conquisteranno il mondo.

domenica 19 gennaio 2014

Top six di Sister Of Demons - parte seconda: Saghe&Trilogie


Parte della mia "biblioteca", più o meno si intravedono tutti i libri di cui parlo! (Sono pigra e non avevo voglia di inserire tremila foto, sorry!)

by SisterOf Demons
Tecnicamente ho già scritto un post sulla mia top six di libri preferiti, ma consapevolmente mi sono lasciata una bella "scappatoia": non ho inserito nessun libro che facesse parte di una saga o di una trilogia, dicendomi che in questo modo avrei successivamente stilato la presente lista. Per questa ragione ecco che presento un'altra top six libresca, contenente libri indissolubilmente legati tra loro in una serie (è un crimine separare i fratellini che si vogliono tanto bene, no?).
Faccio notare che nella lista non ho inserito Il Signore degli Anelli, benché io abbia letto tutti i libri, c'è qualcosa nello stile di Tolkien che non mi convince completamente (lo so, probabilmente più di qualcuno mi manderà a quel paese e desidererà che io bruci all'Inferno per questa eresia, ma non posso più tenermelo dentro: la trilogia, in alcuni punti, mi ha fatto letteralmente dormire). Riconosco al buon caro T. Il merito di aver creato un universo stupendo, curato forse più in aspetti, ad esempio quello filologico, di cui io non capisco praticamente un tubo. In ogni caso se proprio vogliamo spaccare il capello in quattro, non s'è inventato niente di nuovo, Ariosto e Tasso scrivevano di anelli che rendono invisibili e di battaglie già secoli prima di Tolkien, e non era niente di nuovo nemmeno per loro. 
Detto ciò non sto affermando che Il Signore degli Anelli mi faccia schifo e che Tolkien sia un ciarlatano, solo che non lo metterò nella mia top list, riconoscendo a lui il grandissimo merito di aver aperto la strada a un genere che altrimenti avrebbe avuto più difficoltà ad emergere e attribuendo alle scellerate case editrici la colpa di aver lasciato proliferare tutta una massa disgustosa di opere, mediocri nel migliore dei casi, che oggi più che mai infestano le librerie.
Bando alle ciance e passiamo ai fatti. Ecco la mia Top six 2.0 : Saghe&Trilogie.

1)Harry Potter - J.K. Rowling 
Ma come, vi chiederete, non mette il SDA e mette questo? Ebbene sì. HP mi ha aperto un mondo. La Pietra Filosofale è stato il primo vero libro che ho letto per il puro piacere di farlo ed è stata altresì la saga che ha risvegliato l'anglofila che è in me. Letture da bambini? Sì e no. I primi libri non accontentano certo i palati raffinati dei lettori più adulti, lo stile non è certo il top e anche se col tempo migliora parecchio, non si può dire che sia sempre eccellente. Ma insomma, chissenefrega! Questa storia ha colpito fortemente il mio immaginario di bambina e ancora oggi mi appassiona come il primo giorno. Non sarà impeccabile, ma quello che io ripeto sempre è che Harry Potter va letto con il cuore e non con la testa.

2)Le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco - George R.R. Martin
Croce e delizia di ogni buon appassionato del genere. Ancora incompiuta, fa dannare l'anima di molta gente e a più livelli. Nei periodi di maggiore sconforto tutti abbiamo pensato che non vedremo mai la fine, e se la dovessimo vedere, quando la dovessimo vedere, sono sicura che sarà una conclusione aperta, amarissima, non sempre digeribile e soprattutto alla cazzo di cane ( chi ha letto i romanzi autoconclusivi dello zio sa benissimo che lui e i finali soddisfacenti viaggiano su binari paralleli). 
L'altra opzione, molto cinica, è che con la lentezza con cui scrive, molto probabilmente Martin morirà prima che qualcuno riesca definitivamente a poggiare le chiappe sul Trono di Spade.

3)La Ruota del Tempo - Robert Jordan e Brandon Sanderson
Con questa saga è accaduto ciò che tutti i summenzionati fan di Martin temono: Jordan è morto prima di mettere la parola "fine" alle avventure di Rand al'Thor e compagni. 
Visto che mancavano pochi libri alla fine e che l'autore aveva lasciato numerosi appunti, si decise di far terminare l'opera a Brandon Sanderson, che, ringraziando gli dèi, scrive veramente bene e si è dimostrato all'altezza del compito affidatogli. Io non ho affrontato la disperazione che molti lettori hanno provato alla morte di R.J. Perché mi sono avvicinata a questa saga quando era già bella che conclusa. Non è semplice accostarsi a essa, in quanto molti si scoraggiano per la mole (14 libri di minimo 600 pagine cadauno, più un prequel),per il fatto che in Italia alcuni dei libri sono di difficile reperimento e quelli che ci sono costano una fortuna. Alla fine però, almeno per quel che mi riguarda, vale la pena.

4)La Prima Legge - Joe Abercrombie.
Non c'è niente da fare, gli americani sanno scrivere fantasy. Ma gli inglesi mica scherzano! Questa trilogia in particolare mi piace perché i protagonisti sono tutti estremamente sfigati, brutti e stronzi. Non c'è una figura veramente positiva in nessuno dei tre libri. Alla fine della storia un protagonista viene detronizzato, un altro si ammala ed è in fin di vita, una viene fatta sposare ad un Inquisitore storpio ed eunuchizzato(?), un altro diventa re, ma è costretto a lasciare la donna che ama per sposare una lesbica. Non a caso Abercrombie è stato da parecchi definito l'erede di Martin. Ancora deve perfezionare qualche cosa, ma in quanto a sadismo e crudeltà ci siamo. 

5)Trilogia di Magdeburg - Alan D. Altieri
Sergio Altieri è il traduttore italiano di ASOIAF, ma sa anche il fatto suo quando si parla di scrittura. È una trilogia ambientata durante la Guerra dei Trent'Anni, in un Europa dilaniata dalle guerre religiose. Lo sfondo è quindi storico, ma Altieri strizza l'occhio a qualche elemento soprannaturale. Sono molto affezionata a questa storia perché ne scrissi tempo fa una recensione su un blog ( che ora è allo sfascio, tra parentesi, non per colpa mia, ma per colpa del webmaster, ci tengo a precisarlo) e lo stesso Altieri mi mandò una mail in cui mi faceva i complimenti. La mia recensione era stata sostanzialmente positiva, anche se avevo messo in luce alcuni difetti. Lui fu gentilissimo, dimostrandosi veramente una brava persona, accettando complimenti e critiche da vero signore e non si può dire lo stesso di tutti gli scrittori. Aggiungo che io mi comportai per giorni come una fangirl impazzita, perché cazzo, Altieri mi ha scritto!

6)La Torre Nera - Stephen King
Chiudo la rassegna con un lavoro del Re. È una di quelle saghe che si amano o si odiano, senza vie di mezzo. La "compagnia" (sarebbe meglio dire ka-tet) che mette insieme King è alquanto bizzarra: tre americani (tra cui un tossico, un'attivista di colore in sedia a rotelle e un bambino tecnicamente morto), un "bimbolo"(una sorta di animaletto parlante, assimilabile a un cane) e un Pistolero di un "mondo alternativo", ultimo di una stirpe dal lignaggio nobilissimo. La stesura di questa saga fu un vero e proprio parto. A un certo punto King aveva perso l'ispirazione e abbandonato il lavoro a metà, poi aveva ricominciato a scrivere, ma era stato investito da un ubriaco al volante e la conclusione s'era fatta ancora più lontana. Alla fine non solo King c'è l'ha fatta, ma ha pure scritto un bel midquel, pubblicato in Italia l'anno scorso. Tutto è bene quel che finisce bene!

sabato 18 gennaio 2014

Top Six: I libri di Marnie


by Marnie

Forse non i libri più belli, ma sicuramente per me i più significativi

1. Agatha Chistie - Dieci piccoli Indiani 


Nessun libro è per me importante come questo. La lettura che quasi certamente mi ha reso l'anglofila che sono ora. Una lenta e dolorosa spedizione punitiva. Dieci persone da diverse estrazioni sociali vengono attirate a Nigger Island da un misterioso ospite. Una Nancy Owen

inizia a ucciderli uno a uno, molto lentamente. Non hanno possibilità di tornare in Inghilterra per vari motivi e sono bloccati lì, a guardarsi le spalle gli uni dagli altri. Penso che sia con "Trappola per topi" , il primo Human Trap Book della storia. 


Come ogni libro della scrittrice britannica, la scrittura è estremamente semplice e dinamica. Ricordo che riuscì ad indovinare abbastanza velocemente l'assassino, ma non importava, la cornice era assai più interessante. Il piano che alcuni degli ospiti progettano per proteggersi a vicenda, è in assoluto la parte più triste di questo giochetto mortale e si percepisce fin dall'inizio che non andrà a buon fine. I condannati a morte non ispirano simpatia o almeno a me non ne hanno mai ispirata. Non si riesce a tifare per loro.
Il capolavoro supremo di Agatha Christie.



2. Jane Austen - Persuasione


Il libro che ha rafforzato ancor di più la mia anglofilia. La mia tardiva scoperta di Jane Austen è stata una delle più piacevoli sorprese. Per me Jane Austen vive ancora in un mondo parallelo, né lei, né i suoi libri sono morti o finiti nel dimenticatoio, né lo saranno mai. Essendo una Austeniana atipica, considero questo libro più bello di "Orgoglio e Pregiudizio", che il a mio avviso, viene erroneamente considerato il libro identificativo della Austen. Il mio giudizio su quest'ultimo si intona con il sentore generale. E' un capolavoro, ma non c'è solo quello dietro a JA. 

Da molti considerato la sua "eccezione". Il libro meno simile agli altri, un traguardo di maternità e forse di rimpianto. La storia si basa su Anne Elliot, che la Austen riteneva un personaggio "venuto fin troppo bene". Eroina atipica perchè altolocata (altra eccezione insieme a Emma Woodhouse) e non più nel fiore degli anni. Vive nel rimpianto di aver respinto l'unico uomo (ai tempi povero), che avrebbe mai potuto amare che l'unico che la amava. Quando torna ricco e più bello di prima, si accorge di non essere la sola col cuore spezzato. Una delle cose che amo di più in questo romanzo, oltre alla storia sono le persistenti rivendicazioni femminili che Jane Austen mette nero su bianco, una su tutte quella della "penna che è sempre stata nelle mani degli uomini". 

3. Jasper Fforde - Il Caso Jane Eyre

Scoperto per caso vagando in libreria attirata dal titolo e ho trovato un tesoro. Una saga intelligente, intrigante e scritta magistralmente. Ambientata in un 1985 diverso, dove ogni aspetto della vita (dalla sparizione dei libri ai vampiri) è gestito da varie sezioni delle "Operazioni Speciali" e dove una Detective Letteraria di Swindon (sì, i libri sono considerati dei beni preziosi che rischiano di essere tramutati in dei falsi) Tuesday Next deve affrontare il fatto che un potente criminale sia riuscito a rapire Jane Eyre dal suo romanzo, tramite una macchina inventata dallo zio Next, Mycroft. 


Oltre a possedere un saldo protagonista femminile, man mano che si procede con gli altri libri della saga (Persi in un buon libro, Il Pozzo delle Trame Perdute e C'è del Marcio, tutti editi da Marcos Y Marcos) si rimane scioccati da quante idee innovative Jasper Fforde (che riuscì a far pubblicare il primo libro dopo settantasei rifiuti) è riuscito a rappresentare. 


4. George R.R Martin - Le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco

Sono una profana del fantasy. Sono una brutta persona perché amo visceralmente questi libri che tanto devono a J R.R Tolkien, mentre non apprezzo neanche un pò quest'ultimo.
Ne ho parlato così tante volte che a volte temo che i muri di casa mia si rivolteranno contro di me strozzandomi e mettendomi a tacere una volta per tutte. 

La storia delle Cronache può durare un'ora o tre giorni, a seconda di come la si voglia raccontare. Tanti, tantissimi personaggi si muovono sul mosaico dei Sette Regni. Un romanzo quasi "corale". Ogni capitolo è infatti narrato dal punto di vista di un personaggio, per me il punto di forza della struttura narrativa. Un mondo crudo e pieno di violenza, che non lesina in particolari sia per descrivere il più marginale dei personaggi, che per descrivere incontri amorosi. Un fantasy che non è un fantasy, ma una lotta di potere.
5. Audrey Niffenegger - La moglie dell'uomo che viaggiava nel tempo


Un uomo con un potere straordinario riesce a viaggiare nel tempo. Una maledizione, un demone da sconfiggere, una condanna. La cosa più sbagliata sarebbe definirlo "una storia d'amore", perché non si riduce solo a questo. E' una storia sulla sopravvivenza, sulla ricerca della normalità. 
Henry viaggia nel tempo e la vita che si sta costruendo con la sua compagna Claire viene a più riprese messa a dura prova dal fatto che lui semplicemente, a volte,  sparisce. Scompare davanti ai suoi occhi per poi ripresentarsi a distanza di giorni, settimane o a volte mesi. La storia è un flashback continuo e ammetto che a volte i passaggi temporali sono difficili da seguire, ma ne esce un gran bel libro, di quelli che ti emozionano. Non troppo melenso o prevedibile. Si piange, si piange tanto.

Premetto che al numero sei potrebbero andarci contemporaneamente cinque o sei libri, ma oggi ho scelto questo. 

6. Harper Lee - Il Buio oltre la Siepe

Il razzismo visto dagli occhi di, Scout, forse la protagonista assoluta di questo romanzo. Quando Tom Robinson, un ragazzo di colore,  viene accusato (ingiustamente) di aver molestato una ragazza bianca, il mondo conosciuto trema sotto i piedi dei protagonisti. 
Scout e suo fratello Jem assistono alla disperata difesa che il loro padre, lo stimato avvocato Atticus Finch assume per denunciare una condanna ingiusta e per la prima volta i ragazzini si scontreranno con il concetto di "Bene e Male" insito in ogni individuo. La traduzione italiana del libro, "I buio oltre la siepe" si riferisce a ciò che è sconosciuto pur essendo vicino a noi, e di come non si riescano a conoscere gli animi persone neanche dopo tanto tempo